Benutzer-Werkzeuge

Webseiten-Werkzeuge


de:fabbrichedellapoverta

. NB: Work In Progress Hier entsteht schrittweise der deutsche Text des italienischen Originals

le_fabbriche_della_poverta_dip2018.pdf 000 banning poverty website

http://www.banningpoverty.org


Opera collettiva

LE FABBRICHE DELLA POVERTA' - DIE ARMUTFABRIKEN

Liberare la società dall'impoverimento - Die Verarmung der Gesellschaft beenden !

Gruppo Promotore DIP

Opera collettiva coordinatore Riccardo Petrella

LE FABBRICHE DELLA POVERTA'

Versione rivista ed ampliata di Liberare la società dall'impoverimento

Con i contributi scritti di: Bruno Amoroso, Giovanni Ceriani, Patrizia Sentinelli, Elisabetta Angelucci, Roberto Musacchio, Silvano Nicoletto, Vittorio Capecchi, Sergio Caserta, Alex Zanotelli, Nicoletta Teodosi, Paola Libanti, Andrea Baranes.

Un grazie anche ad: Achille Rossi, Enzo Rossi, Antonio Vermigli, Nicola Perrone, Jessica Cugini, Elisa Kidané, Mario Menin, Raffaello Zordan, Efrem Tresoldi, Pierluca Ghibelli, Giampaolo Petrucci, Antonio Morreale, che hanno contribuito all'elaborazione del libro pubblicando saggi, articoli e dossiers su „Dichiariamo illegale la povertà“ nelle loro riviste (Altrapagina, Dialogo, Solidarietà internazionale, Combonifem, Missioni oggi, Nigrizia, Adista, Valori)

Nessuna organizzazione o istituzione, cui le persone sopra indicate sono associate, può in alcun modo essere considerata responsabile di parte o della totalità del documento.

“Nessuno può essere estromesso dal corso delle vicende umane (Pensiero attribuito a Fiodor Dostoyevsky)

INHALTSVERZEICHNIS

Die Armutfabriken - Zusammenfassung

  • Einleitung
  • Arm wird man
  • Die Zerstörung des Sozialpaktes im 20. Jahrhundert
  • Die 12 Grundsätze der Ungesetzlichkeit der Armut

ERSTER TEIL - DER PLANET DER VERARMTEN

1. Wer sind sie?

  • Auf dem Planeten
  • In Europa
  • In Italien

2. Warum Armut ? Die Armutfabriken

  • Die Fabrik der Unausweichlichkeit
  • Die Fabrik der Ungleichheit
  • Die Fabrik der Emargination und der Ungerechtigkeit
  • Die Fabrik der Ausbeutung des Lebens (??)

Abschluss des ersten Teils: der Schlachthof der Gesetzlosigkeit

ZWEITER TEIL - DIE POLITIKEN DER ARMUTSBEKÄMPFUNG

1. Das Scheitern

  • Die Strategie 1974 “Zero Poverty 2000” Strategie der Hilfsleistungen
  • Die Strategie 1995 “Absalute Armut halbieren bis 2015” Strategie der nachhaltigen Entwicklung
  • Die Strategie der Globalisierung 1974-2012. Das Scheitern einer auf Eroberung und Herrschaft abzielenden Gesellschaft

2. Versuch des Neubeginns: Grünes Wachstum als Voraussetzung für die Armutsbekämpfung

  • Das Paradigma des Grünen Wachstums
  • “Rio +20” und die Rückkehr zum globalen Wachstum
  • Die dreifache Verschleierung: Gesellschaft, Beschäftigung, Umwelt

3. Die Welt der Alternativen. Strategien mit Schwerpunkt Einkommen, Lebensstile, neue Produktionsformen, lokale Gemeinschaften

  • Die Hauptachse: Einkommen und Umverteilung
  • Die Alternativen beginnen bei den Lebensstilen und dem Lokalen

Abschluss des zweiten Teils: ein neuer Raubzug gegen die Menscheit und die Zukunft ?

DRITTER TEIL - ARMUT UNGESETZLICH MACHEN. DIE VORSCHLÄGE

1. Der grosse Raubzug

  • Wer ist der Täter
  • Wie macht er es

2. Die Prozesse der Befreiung von Verarmung in Italien

  • Dekonstruktion
  • Die Wege des Wiederaufbaus

3. Die Vorschläge

  • Die Raubfinanz verbieten
  • Eine Wirtschaft der Gemeingüter stärken
  • Die Gemeinwesen der Bürger aufbauen

4. „Ziel 2018“

Abschluss. Die Befreiung der Gesellschaft von Verarmung ist möglich.

  • Liste der Abbildungen
  • Liste der Beiträge
  • Liste der häufigsten Abkürzungen
  • Die Armutsfabriken

Zusammenfassung

Dopo aver descritto (Introduzione. Poveri si diventa) l’essenziale dei dodici principi che sono alla base dell’iniziativa “Dichiariamo illegale la povertà”, cercheremo nella prima parte di fotografare la realtà (Chi sono i poveri?).

Ciò ci consentirà di presentare le definizioni che le nostre società hanno dato dei poveri a livello mondiale, europeo e italiano.

I concetti di “povertà assoluta” (o “estrema”) e di “povertà relativa”, anche se definiti unicamente in termini di reddito monetario, variano a seconda del contesto. La soglia della povertà assoluta in Italia è fissata a un reddito inferiore al 60% del reddito mediano (1).

Ciò significa che è in stato di povertà assoluta la persona che per “vivere” dispone di 23 euro al giorno (30,6 $).

A livello mondiale è povera assoluta/estrema la persona con meno di 1,25 $ al giorno (0.94 euro).

Il povero assoluto italiano ha però un tenore di vita molto più elevato del povero assoluto in India, anche perché i beni e i servizi collettivi consentono in Italia una vita più decente sul piano umano.

Lo “stato di povertà” non è solo una questione di reddito e non è nemmeno un fatto “di natura”. La povertà è uno stato multidimensionale collettivo dovuto a cause strutturali legate alla società.

Pertanto, il secondo capitolo (Perché i poveri? Le fabbriche della povertà) è dedicato ad analizzare i fattori che sono all’origine dei processi di creazione della povertà nel mondo.

Si tratta del capitolo centrale dal punto di vista dell’analisi e del tentativo di conoscere (e comprendere) i fenomeni d’impoverimento. La descrizione delle fabbriche permette di capire il perché non si nasce poveri ma si diventa impoveriti.

Abbiamo identificato quattro fabbriche della povertà:

  • la prima, l’immaginario collettivo, molto diffuso anche nel passato, secondo il quale la povertà sarebbe un fatto naturale, quindi inevitabile;
  • la seconda, le tesi imposte dai gruppi dominanti sull’ineguaglianza tra gli esseri umani rispetto ai diritti alla vita;
  • la terza, le pratiche dell’esclusione e dell’ingiustizia sociale;
  • la quarta, il predominio di un sistema economico capitalista predatorio che per accumulare ricchezza non si limita più a “tosare le pecore” ma “le uccide”. La crescente rarefazione delle risorse naturali, l’acqua ad esempio, illustra bene la logica predatrice del sistema attuale.

L’analisi dettagliata del funzionamento delle fabbriche, delle loro interrelazioni e conseguenze, dimostrerà che l’impoverimento è un prodotto sociale, il risultato di una società che, a causa dei suoi valori e principi ispiratori e delle sue scelte politiche ed economiche, produce una ricchezza inuguale, ingiusta e predatrice che genera esclusioni, rigetto, marginalizzazioni, apartheid di ogni genere. Uno scempio d’illegalità, è la conclusione della Prima parte.

Ciò mette “fuori legge” le cause dell’impoverimento, cioè fuori dalla legalità sulla quale si fonda la convivenza civile e sociale, secondo i dettami della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'uomo dell’ONU del 1948. Ed è per queste ragioni che l’obiettivo internazionale di “Dichiariamo Illegale la Povertà”/Banning Poverty 2018 è di convincere l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ad approvare nel 2018 (70° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'uomo) una risoluzione con la quale “gli Stati membri si impegnano a mettere fuori legge i fattori strutturali all’origine dei processi d’impoverimento nel mondo”.

La Seconda Parte si apre, logicamente, con un capitolo (Il fallimento) nel quale si dimostra che la ragione fondamentale dell’insuccesso, ad oggi, delle politiche nazionali ed internazionali di lotta per la riduzione e l’eliminazione della povertà perseguite fin dagli anni ’70, sta proprio nel fatto che esse sono state centrate sulla cura delle conseguenze, intervenendo sotto forma di aiuti sui sintomi e non sulle cause strutturali dell’impoverimento. Non solo, ma nel contesto della globalizzazione economica liberalizzata, competitiva, privatizzata, “l’aiuto” ha accentuato i fattori d’inuguaglianza, d’ingiustizia e di predazione. “L’alternativa”, pretesa tale, rappresentata dalle politiche dei paesi del “socialismo reale” si è conclusa miserevolmente con il crollo alla fine degli anni ’80 della potenza imperiale URSS.

Purtroppo, come messo in luce nel capitolo I “nuovi” tentativi. La continuità con le logiche del passato, i gruppi dominanti hanno imparato poco o nulla da 30 anni di fallimenti. Il “nuovo” paradigma della crescita mondiale “verde” (la “green economy” da loro strombellato dal 2000 e riaffermato nel 2012 a “Rio + 20”) si è rivelato per quello che è: una mistificazione al servizio di una scelta in favore di un “regime” economico e politico mondiale per i migliori, i più forti, i “creatori di ricchezza individuale”. Un regime “governato” da un sistema oligarchico di poteri forti composto da reti mondiali di gruppi portatori d’interessi soprattutto privati, centrato su dispositivi finanziari e di mercato asserviti alla difesa della loro ricchezza e al rafforzamento della loro potenza di dominio. Lo chiamano “il sistema della governance mondiale degli stakeholders”.

Nell’ultimo capitolo della Seconda parte (Il mondo delle alternative) si analizzano le alternative proposte ed attuate fin dagli anni ’80 quali il reddito minimo di base, l’allocazione universale, i SEL, la finanza etica, l’eco-finanza, le banche cooperative, i gruppi di acquisto, le monete locali, il microcredito, il commercio equo, il co-housing, la bioagricoltura, il bilancio partecipativo, i bilanci familiari, le comunità di base, migrazioni senza frontiere, un’altraeuropa, altroconsumo, i beni comuni, no OGM, i “creative commons”, “international transparency”…

Si tratta di un insieme fitto e variegato di iniziative e di esperimenti importanti, innovatori, che hanno coinvolto e coinvolgono ancora nel mondo milioni di cittadini, cui il Forum Sociale Mondiale, organizzato per la prima volta nel 2001 a Porto Alegre (Brasile) ha dato una risonanza ed un “luogo d’incontro” di grande pregnanza.

Probabilmente le vittorie di Lula, di Morales, di Correa e le varie primavere arabe non ci sarebbero state senza la grande nebulosa dei movimenti alternativi. Ed è certo che la crisi attuale del sistema sarebbe stata più rapida e più disastrosa.

Malgrado ciò, le logiche dell’impoverimento restano e si sono rinforzate anche nei paesi “occidentali”. Perché? Siamo condannati ad assistere ad un nuovo furto di umanità e di futuro? E’ la domanda che chiude la Seconda parte.

La Terza Parte è dedicata a illustrare l’iniziativa “Dichiariamo Illegale la Povertà”. Il primo capitolo (Il furto di umanità e di futuro) approfondisce nei dettagli, con esempi tratti principalmente dal contesto italiano, gli strumenti chiave attraverso i quali operano le fabbriche della povertà: le leggi, le istituzioni e le pratiche sociali e collettive.

“Dichiarare illegale la povertà” (e non i poveri) in Italia significa mettere al bando le leggi, le istituzioni e le pratiche sociali e collettive che sono all’origine dei processi d’impoverimento nel nostro Paese nei tre campi chiave del vivere insieme: la cittadinanza, la giustizia e la democrazia.

Ad esempio: le leggi bancarie che hanno “legalizzato” la crescita devastante della finanza speculativa; le regole e le istituzioni che hanno sconvolto il mondo del lavoro, riducendo i “lavoratori” a pura mercanzia ed il lavoro ad una condizione di vita precaria e vulnerabile; le pratiche sociali e gli stereotipi che vedono nell’impoverito un “colpevole” e nell’arricchito un “meritevole”.

Nel secondo capitolo (Dalla precarietà dell’esistenza alla sicurezza dei diritti alla vita) analizzeremo i processi attraverso i quali le nostre società possono, nel lungo termine e grazie ad una effettiva partecipazione dei cittadini, (ri)costruire la cittadinanza, la giustizia e la democrazia, grazie alla sicurezza d’esistenza fondata su un’economia dei beni comuni pubblici.

Alla domanda “Cosa e come mettere fuori legge in Italia?” darà una risposta dettagliata la descrizione delle tre campagne nelle quali è strutturata l’iniziativa DIP, centrata su dieci azioni prioritarie ed una serie interrelata di misure concrete. Il lettore frettoloso può trovare nell'inserto pieghevole una presentazione sintetica.

INTRODUZIONE

Poveri si diventa

Der Zusammenbruch des “patto sociale” del ‘900

A cavallo degli anni ’60 e ’70, i gruppi sociali da sempre contrari allo Stato del Welfare, sono riusciti a far saltare il sistema finanziario ed economico del secondo dopoguerra che, bene o male, fu alla base del grande “patto sociale” centrato sulla sicurezza (o protezione) sociale. In nome di una libertà economica considerata superiore alla giustizia sociale ed ad ogni altro diritto umano, essi hanno imposto al mondo un modello di società che ha ridato forza all’inuguaglianza tra gli esseri umani e i popoli, ha ristabilito il primato dall’arricchimento individuale su base dello sfruttamento libero e illimitato delle persone e delle risorse del Pianeta. Hanno svuotato di senso il sistema democratico rappresentativo dando il potere a grandi gruppi oligarchici mondiali. Hanno ridicolizzato la politica, sfigurato l’interesse generale, svenduto i beni comuni, mercificato ogni forma di vita. Se parole come solidarietà, condivisione, pace, rispetto, giustizia, fraternità, cooperazione sono rimaste o entrano ancora, di tanto in tanto, nell’agenda dei gruppi dominanti, è solo in situazioni di grandi emozioni collettive provocate da catastrofi umane e sociali. Poi le logiche di rivalità sulle risorse, di esclusione dei deboli e d'estromissione dei non produttivi, riprendono il sopravvento.

L’attuale “crisi della crescita economica” è dovuta soprattutto allo scombussolamento del sistema produttivo mondiale provocato dalla ricerca di una crescita di ricchezza finanziaria rapida, elevata da parte dei gruppi dominanti. La loro voracità ha distorto la maniera di vedere i problemi del mondo, annebbiando la possibilità dei dirigenti di “vedere” i miliardi di esseri umani messi da parte e le devastazioni fatte alla vita sul nostro Pianeta. Il che spiega la loro disastrosa incapacità di raggiungere l’improrogabile “accordo” mondiale sul divenire della Terra e dell’Umanità. Essi sanno solo “vedere” il tasso di rendimento degli investimenti quotati in Borsa, il costo del lavoro, la fiscalità sui consumi, la competitività delle imprese e la corsa agli armamenti e alle “torri” più alte del mondo. L’India ha più di 500 milioni di poveri ma ha terminato la costruzione della prima grande portaerei “made in India” e continua a consolidare la sua potenza atomica. Al di là delle statistiche ufficiali, i poveri in Cina restano ancora alcune centinaia di milioni ma almeno una decina di città hanno in costruzione torri tra i 400 e i 700 metri di altezza. Negli USA, vi sono più di 80 milioni di persone al di sotto della povertà ma a New York stanno per essere completate due grandi torri per appartamenti ultra lussuosi per miliardari!

Gli impoveriti del mondo contano poco o nulla. Secondo la Banca mondiale, l’80% della popolazione del mondo, cioè circa 5,9 miliardi, vive con meno di 10 $ al giorno (7.52 euro). Di questi, 2,8 miliardi con meno di 2,5 $ quotidiani (1.88 euro) e 1,3 miliardi (di esseri umani) con meno di 1$ (0.94 euro). La “ricchezza” totale dell’1,3 miliardo di persone più povere è stata nel 2010 di circa 474,5 miliardi di $, pari ad un terzo (!) della ricchezza totale dei primi 100 miliardari al mondo. Cento persone posseggono tre volte di più di 1,3 miliardi di persone. Coloro che nel 2012 hanno proposto “Occupy Wall Street” al grido “noi siamo 99%, loro 1%” non avevano torto.

In realtà, sempre più numerose sono le persone coscienti del fatto che non sono povere per natura (e nemmeno per scelta), ma che sono diventate impoverite perché sono state derubate della loro umanità e del loro futuro e “rigettate” al margine. Come dimostrato anche dalle varie “primavere” di popoli che hanno scosso regimi sociali considerati immutabili (alcune di esse, al momento, sono state “tradite”), centinaia di milioni di persone nel mondo rifiutano di accettare come inevitabile il non futuro assegnato loro dai dominanti. Non è scritto da nessuna parte che 3 miliardi di esseri umani siano destinati a vivere e morire come “generazioni sacrificate” sull’altare dell’inuguaglianza e dell’ingiustizia. E’ possibile mettere fuori legge i processi che hanno costruito tale altare e gli dei ivi adorati.

Die 12 Grundsätze "Schluss mit der Verarmung"

  • 1. Niemand wird arm geboren oder entscheidet sich dafür, arm zu werden.
  • 2. Arm *wird man*: die Armut ist ein gesellschaftliches Konstrukt.
  • 3. Es ist nicht die arme Gesellschaft, welche Armut „erzeugt“.
  • 4. Emarginierungsprozesse erzeugen Verarmung.
  • 5. Verarmung ist strukturell, und somit kollektiv.
  • 6. Verarmung ist Kind einer Gesellschaft, die nicht an die Lebensrechte und Bürgerrechte für alle glaubt, und auch nicht an die kollektive politische Verantwortung dafür, diese Rechte für alle Bewohner dieser Erde zu garantieren.
  • 7. Verarmungsprozesse geschehen in ungerechten Gesellschaften.
  • 8. Der Kampf gegen die Armut, gegen die Verarmung, ist vor allem ein Kampf gegen den ungleichen, ungerechten und räuberischen Reichtumg ( die Bereicherung ).
  • 9. Der „Planet der Verarmten“ hat sich ausgedehnt als Folge der Zerstörung und der Kommodifizierung der Gemeingüter, die in den 70´er Jahren begonnen haben.
  • 10. Die Politiken der Armutsbekämpfung und -beseitigung der letzten 40 Jahre sind gescheitert, weil sie bei der Symptombehandlung stehen geblieben sind, ohne die Ursachen anzugehen.
  • 11. Die Armut ist heute eine der entwickeltsten Formen der Sklaverei, weil sie auf dem „Raub von Humanitàt und Zukunft“ gründet.
  • 12.Um die Gesellschaft von Verarmung zu befreien, müssen die Gesetze, die Institutionen und die gesellschaftlichen kollektiven Praktiken, welche die Verarmungsprozesse enstehen lassen und in Gang halten, für „ungesetzlich“ erklärt werden.

1. Niemand wird arm geboren oder entscheidet sich dafür, arm zu werden.

Der erste Teil dieser Aussage mag falsch erscheinen. In der Tat wird das Kind einer Bauernfamilie auf der Flucht vor der Trockenheit in Äthiopien oder einer Familie in einem Slum von Mumbai „anders“ geboren als eine Tochter der britannischen Königsfamilie. Aber als menschliches Wesen werden sie „gleich geboren“.

Wir alle erhalten bei der Geburt das Leben, noch bevor wir beginnen, in einer als „arm“ oder „reich“ angesehenen Umgebung aufzuwachsen. Es ist der Zustand der Gesellschaft, in die wir hineingeboren werden, der uns arm oder reich „macht“. Gewisse Personen und soziale Gruppen können sich für ein Leben gemeinsamer Genügsamkeit entscheiden. Man denke an buddhistische Gemeinschaften, an das Armutsgebot der Franziskaner, an Gesellschaftsmodelle evangelischer Armut. Derzeit gibt es auch zahlreiche laizistische Gemeinschaften, die auf analogen Grundsätzen beruhen In diesen Fällen handelt es sich um eine frei gewählte Lebensweise. Es ist nicht die erlittene Armut, wie jene von 3 Milliarden Menschen, die heute in Armut leben, weil sie vom Menschenrecht auf ein würdiges Leben ausgeschlossen sind.

In wirklichkeit will niemand arm sein. Die Armut macht Angst, heute vor allem die finanzielle Armut. Abertausende von italienischen Arbeitern haben Angst vor dem Verlust des Arbeitsplatzes, weil sie den Einkommensverlust fürchten, der dann unweigerlich in die Armut führt. Aus diesen Gründen haben die Beschäftigten der ILVA von Taranto gegen den Staatsanwalt protestiert, der ihre Fabrik aus Gründen der Gesundheit geschlossen hat. Die Verarmung ist ihnen eine grössere Sorge als ihre Gesundheit.

2. Arm *wird man*: die Armut ist ein gesellschaftliches Konstrukt

Schon in den 80'er Jahren schrieb Don Tonino Bello: “Es ist nicht wahr, dass man arm geboren wird. Man wird als Dichter geboren, nicht aber als Armer. Arm wird man, so wie man Rechtsanwalt, Techniker oder Priester wird.”(2)

Armut ist nicht ein Naturereignis wie der Regen. Sie ist ein gesellschaftliches Phänomen, konstruiert und produziert als Ergebnis der Gesellschaften. Die skandinavischen Gesellschaften der 60'er-80'er Jahre schaften es, die strukturellen Prozesse der Verarmung auszuschalten und die Prozesse der Emargination auf wenige Nischen materieller Armut einzugrenzen. Andere Gesellschaften hingegen, die auf anderen sozialen Grundsätzen und Praktiken aufbauten, haben unweigerlich ausgedehnte Armutsbereiche geschaffen und tun es weiterhin. Dies ist der Fall der Vereinigten Staaten, und vieler anderer Länder.

3. Es ist nicht die arme Gesellschaft, welche Armut "erzeugt"

Die Vereinigten Staaten sind in monetärer Hinsicht das reichste Land der Welt, aber die Verarmung von 'zig Millionen Bürgern (von insgesamt 300 Millionen ) ist Teil der Geschichte des Landes. Die (nicht nur materielle) Armut hat sich seit Ende der 90'er Jahre auch in den skandinavischen Gesellschaften wieder ausgebreitet, weil die führenden Klassen ihre Weltsicht geändert und andere gesellschaftpolitische Entscheidungen getroffen haben, mit denen die Verarmungsprozesse neu belebt wurden.

4. Emarginierungsprozesse erzeugen Verarmung

Die Emargination betrifft wowohl den wirtschaftlichen und sozialen Zugang zu den Gütern und Dienstleistungen, die für ein würdiges Leben notwendig sind, wie auch den Zugang zur heutigen zivilen, politischen und sozialen Existenz als Bürger. Die Emargination betrifft die Gesamtheit menschlicher Existenz.

5. Verarmung ist strukturell, und somit kollektiv

Sie betrifft nicht nur die einzelne Person, sonden die Familien insgesamt, ganze Bevölkerungsgruppen ( Einwanderer, Nomaden, zukunftslose Dörfer, Bezirke der wirtschaftlichen Verfalls, Bewohner verfallender Stadtviertel…), und besondere soziale Gruppen ( Arbeiter, Bauern, Teile der Mittelklasse, Kinder, Frauen, Jugendliche ohne arbeitsperspektive, alte Menschen… ). Die Statistikämter beziehen sich heute immer häufiger auf die Familien und nicht auf das einzelne Individuum, um den Stand der Verarmung und die eingetretenen Veränderungen zu messen.

6. Verarmung ist Kind einer Gesellschaft, die nicht an die Lebensrechte und Bürgerrechte für alle glaubt, und auch nicht an die kollektive politische Verantwortung dafür, diese Rechte für alle Bewohner dieser Erde zu garantieren

Die machthabenden Gruppen glauben nicht an die Existenz der ( universellen, unteilbaren und unverzichtbaren ) Menschen-, Lebens- und Bürgerrechte. Wenn sie hingegen von Gesetzen zu deren Einhaltung verpflichtet werden, z.B. von Verfassungen, so glauben sie, dass diese Rechte nicht von allen genutzt werden können. Überdies ist es ihnen in den letzten Jahrzehnten gelungen, die Auffassung durchzusetzen, dass der Zugang zu diesen Rechten bezahlt werden muss ( wie im Fall des Rechts auf Wasser oder sanitäre Grundversorgung ). Umso weniger glauben sie an eine kollektive politische ( direkte oder repräsentative ) Verantwortlichkeit dafür, dass diese Rechte allen Bewohnern des Planeten gesichert werden müssen. Sie glauben hingegem an eine globale wirtschaftliche „Governance“ vorgegebener “Stakeholders”, als bestmögliche Nutzungsform der verfügbaren Ressourcen.

7. Verarmungsprozesse geschehen in ungerechten Gesellschaften

Die ungerechten Gesellschaften sind die Verneinung der Universalität, Unteilbarkeit und Unverzichtbarkeit der Lebens- und Bürgerrechte, und somit die Verneinung der rechtlichen Gleichheit aller Bewohner des Planeten. Diese Gesellschaften glauben, dass der wirtschaftliche und soziale Zugang zu den lebensnotwendigen Gütern und Dienstleistungen eine Frage der individuellen oder Gruppen-Initiative und des individuellen Verdienstes sein müsse. Das selbe gilt für die Zugangsvoraussetzungen und die Ausübung der zivilen, politischen und sozialen Bürgerrechte. In den ungerechten Gesellschaften kann der Zugang nur selektiv und an Bedingungen und Regeln geknüpft sein, die von den herrschenden Gruppen festgelegt werden.

8. Der Kampf gegen die Armut, gegen die Verarmung, ist vor allem ein Kampf gegen den ungleichen, ungerechten und räuberischen Reichtumg ( die Bereicherung )

Es gibt Verarmung, weil es Bereicherung gibt. Die Verarmungsprozesse entfalten sich, wei in ungerechten Gesellschaften die Prozesse ungleicher, ungerechter und räuberischer Bereicherung vorherrschen. Dies hat viele Gesellschaften, vor allem in Europa, dazu bewogen, das Ziel der Umverteilung des Reichtumgs in den Mittelpunkt der Politiken zur Armutsbekämpfung zu stellen. Sicherlich eine wesentliche und obligatorische Entscheidung. Jedoch hat die Geschichte gezeigt, dass diese alleinige strategische Ausrichtung, reduziert auf blosse Mechanismen der Einkommensverteilung, nicht in der Lage war, die notwendigen strukturellen Änderungen in Gang zu setzen.

9. Der "Planet der Verarmten" hat sich ausgedehnt als Folge der Zerstörung und der Kommodifizierung der Gemeingüter, die in den 70´er Jahren begonnen haben

Die herrschenden Gruppen haben einzig dem individuellen Reichtum einen immer grösseren Wert zugemessen. Sie haben die Kultur des kollektiven Reichtums, insbesondere der öffentlichen Gemeingüter, aus dem Lebenshorizont der Völker gelöscht. Sie haben alles in „Ressourcen“ verwandelt ( einschliesslich der „Humanressourcen“). Alles wurde zur Ware, deren „Existenzberechtigung“ daran bemessen wird, wie sie zur Produktion von Reichtum für das Privatkapital beitragen kann. Dementsprechend wurden die Arbeit, die Erziehung, der Sozialschutz aks „Kostenfaktoren“ behandelt, die rationalisiert, verringert und privatisiert werden müssen. Es gibt keine Gemeinschaften von Menschen mehr, es gibt nur mehr Märkte; es gibt keine kollektiven Rechte mehr, sondern nur mehr Kaufkraft, nicht mehr Solidarität, sondern Wettbewerb und Mitleid, nicht mehr Kooperation und wechselseitige Hilfe, sondern „Krieg“ um die Ressourcen, für die eigene Absicherung zur Energie, zum Wasser, zu den Lebensmitteln.

10. Die Politiken der Armutsbekämpfung und -beseitigung der letzten 40 Jahre sind gescheitert, weil sie bei der Symptombehandlung stehen geblieben sind, ohne die Ursachen anzugehen

Auch aufgrund dieser Wirtschaft- und Sozialpolitik mit Zielsetzungen, die einer Strategie gegen die Verarmung konträr entgegenstehen, haben sich die Politiken „gegen die Armut“ de fakto in zu Faktoren der Verschärfung der Verarmungsprozesse gewandelt: notwendigerweise wurde sie zu Politiken „gegen die Armen“, zur Kriminalisierung der Armen..

11. Die Armut ist heute eine der entwickeltsten Formen der Sklaverei, weil sie auf dem "Raub von Humanitàt und Zukunft" gründet

Anders als die traditionellen Formen der Sklaverei, die auf einer eindeutigen Unterscheidung zwischen Menschen und „Unmenschen“ beruhten, hält die heutige und aus den heutigen Verarmungsprozessen entstehende Form der Sklaverei am Prinzip der ungeteilten Zugehörigkeit zur Menschhei fest, um jedoch dann eine als unausweichlich angesehene trennungslinie zu ziehen,zwischen den Menschen die frei Denken und eine frei Zukunft haben können, und den anderen, zwischen selbständigen und untergebenen Menschen, zwischen Bürgen und Bürgerrechtslosen. Es handelt sich um einen „Raubzug an der Menschlichkeit“, der von den herrschenden Gruppen gegen Milliarden von Menschen geführt wird, die ihrer Bürgerrechte entledigt werden und denen somit auch die Zukunft genommen wird.

12. Um die Gesellschaft von Verarmung zu befreien, müssen die Gesetze, die Institutionen und die gesellschaftlichen kollektiven Praktiken, welche die Verarmungsprozesse enstehen lassen und in Gang halten, für "ungesetzlich" erklärt werden

Es ist möglich „der Armut zu entkommen“ und die Gesellschaft von der Verarmung zu befreien, aber sicherlich nicht auf dem Weg, der seit 50 Jahren von der Weltbank erzwungen wurde und - obwohl völlig gescheitert - noch immer beschritten wird, sondern auf einem anderen Weg: es geht um die Abschaffung der Gesetzesbestimmungen ( und Verwaltungsmechanismen), der Institutionen und kollektiven gesellschaftlichen Praktiken, die auf den lokalen, nationalen und globalen Entscheidungsebenen den Prozessen der Schaffung von ungleichem, ungerechtem und räuberischem Reichtum Vorschub leisten.

PRIMA PARTE - IL PIANETA DEGLI IMPOVERITI. CHI SONO, PERCHÉ?

1. Chi sono?

Nel linguaggio di tutti i giorni, sono considerate povere le persone che non riescono ad avere accesso ai beni di necessità di base, quali cibo, vestiti, alloggio, acqua, medicine, in quantità e qualità indispensabili per vivere decentemente. Nelle società “occidentali” ed “occidentalizzate” ciò accade perché il loro “reddito” (potere d’acquisto) è troppo basso e non permette di “comprarli”. Per questo in alcuni paesi la collettività cerca d’intervenire per consentire loro di usufruirne con dispositivi di varia natura quali le banche alimentari, i buoni alimentari, la distribuzione di vestiti, alloggi provvisori, assistenza medica di soccorso…

La misura usata per “contare” le “persone povere” e compararle sul piano internazionale è il PPP (Parity Purchasing Power/Parità di Potere d’Acquisto) che misura l’ineguaglianza strettamente monetaria, mercantile. Essa corrisponde a ciò di cui parlano i media: “gli Italiani, dicono i grandi titoli, stanno diventando sempre più poveri perché spendono sempre di meno, riducono le spese alimentari, per la casa, per la salute, per l’abbigliamento…”.

In questo contesto, i “veri” poveri sono quelli che vivono in stato di “miseria”, cioè che non posseggono nulla, abitano luoghi, villaggi o baraccopoli, caratterizzati dall’assenza o dalla cattiva qualità dei beni e servizi collettivi di base (dall’acqua potabile alle scuole, dalla casa agli ospedali, dalle strade ai trasporti pubblici). In una favella di Rio arrampicata su una irta collina, per favorire gli spostamenti al suo interno hanno dovuto costruire una teleferica! Si tratta di insediamenti umani marcati dall’insicurezza e dalla violenza (specie sui bambini e sulle donne). In essi sono addensate le centinaia di milioni di esseri umani (circa 1,4 miliardi secondo le stime dell’ONU/Habitat) che il funzionamento della società ha estromesso ed ha “privato” di tutto ciò che è essenziale per una vita “umana”: libertà, istruzione, salute, dignità, rispetto, giustizia, cittadinanza, democrazia. In questo caso si parla di povertà assoluta, estrema, una povertà data come “costituzionale”, cioè parte costitutiva della società umana. Questa espressione di povertà è soprattutto presente nei paesi detti “poveri” dell'Africa, dell’America latina, dell’Asia. Ma è presente anche nei paesi “ricchi”, i quali preferiscono parlare di “povertà relativa” a proposito della povertà a casa loro. L’Unione Europea, ad esempio, usa il concetto di “povertà relativa” come uno degli indicatori significativi della misura dell’esclusione sociale.

A livello mondiale

Nel 2010 circa tre miliardi di persone “vivevano” al di sotto della soglia di 2.50 $ al giorno pro capite, diventata nel 2008 la soglia di povertà relativa secondo i criteri della Banca mondiale. Fu nel 1974 che la comunità internazionale adottò, per la prima volta, la proposta fatta dalla BM di distinguere tra povertà relativa (meno di 2 $ al giorno) e povertà assoluta o estrema (meno di 1 $). Oggi la soglia della povertà assoluta è fissata a 1,25 $ al giorno (0.94 euro). I poveri relativi sono circa 3 miliardi, quelli assoluti “ammontano” a 1,4 miliardi di persone. Uno scandalo, visto che le classi dirigenti del mondo hanno proclamato fin dagli anni ’60 che la riduzione e l’eliminazione della povertà erano la loro principale priorità.

Come si sa, la povertà non si riduce a un fatto monetario. Bene ha fatto pertanto l’UNDP (United Nations Development Programme, agenzia dell’ONU) ad introdurre la nozione di sviluppo umano e l’indice corrispondente (Human Development Indicator) per meglio descrivere, comprendere e misurare i fenomeni della povertà, delle povertà. Per “sviluppo umano”, l’UNDP intende “l’espansione della libertà delle persone di avere una vita lunga, in buona salute e creativa, di realizzare altri scopi cui esse accordano un valore, e di impegnarsi attivamente nel disegnare uno sviluppo equo e sostenibile su un pianeta condiviso”. Una definizione un po’ complessa e contorta, ma malgrado ciò, molto utile. I dati sullo sviluppo umano danno una fotografia più “ottimista” di quella fondata sul reddito. In generale, tutti i paesi del mondo - salvo tre - hanno registrato un’elevazione del loro “sviluppo umano” rispetto al 1970. I progressi più significativi si sono avuti nel settore della salute e, in parte, dell’educazione. I paesi che hanno registrato i miglioramenti più significativi corrispondono ai paesi noti per il loro tasso di “crescita economica”, cioè la Cina, l’Indonesia, la Corea del Sud. Nel Nepal, in Oman e in Tunisia, i progressi sono stati considerevoli specie sul piano non economico. Le differenze restano però notevoli. Soprattutto per quanto riguarda le ineguaglianze di reddito e di benessere socioeconomico tra Stati e tra categorie e gruppi sociali all’interno di uno stesso Stato.

      Le ineguaglianze di reddito restano al centro della problematica dell’impoverimento. 
      I dati per il 2010 (nel 2012 sono ancora peggiori) parlano da soli: 
  • 80% dell’umanità (quasi 6 miliardi di persone) vive con meno di 10 $ al giorno;
  • il 40% più povero della popolazione mondiale “pesa” solo il 5% del reddito globale, mentre il 20% più ricco “pesa” per il 75%;
  • lo 0,15%, della popolazione mondiale controllava nel 2008 il 25% della ricchezza mondiale. La tendenza non sembra andare nel senso di una riduzione del fenomeno;
  • il 20% più ricco della popolazione mondiale ha consumato il 78% della produzione mondiale, l’80% della popolazione restante si è dovuto “accontentare” del 22% dei consumi;
  • secondo l’UNICEF, 24mila bambini muoiono ogni giorno per povertà. Di questi, circa 5mila muoiono per malattie dovute al non accesso all’acqua potabile. Sui 2,2 miliardi di bambini al mondo, circa 1 miliardo vive in stato di povertà relativa. Inoltre, in un rapporto pubblicato il 29 maggio del 2012, l’UNICEF segnala che su 35 paesi ricchi più di 30 milioni di bambini vivono nella precarietà e povertà. In Europa sono circa 13 milioni;
  • 1,9 miliardi di bambini vive nei paesi detti “in via di sviluppo” (!). 640 milioni di loro non abitano in alloggi degni di una persona umana e 270 milioni non hanno accesso ad alcun servizio di salute. Secondo il rapporto “America’s Youngest Outcasts” del National Center on Homelessness, pubblicato nel 2011, più di 1.6 milioni di bambini sono homeless negli Stati Uniti d’America. Che disastro! E dire che gli USA sono il paese più “ricco” in termini di PIL e che per decenni si é autoproclamato il paese più sviluppato (e più “sognato”) al mondo;
  • in occasione dell’Incontro plenario ad alto livello dell’Assemblea Generale della Banca mondiale (settembre 2010), questa ha stimato che gli effetti della „crisi economica“ spingeranno 64 milioni di persone sotto la soglia della povertà assoluta nel 2010, e che il tasso di povertà sarà leggermente più elevato nel 2015 al di sopra di quanto sarebbe stato senza la „crisi“. .spingerà 64

Da solo, però, l’indicatore delle inuguaglianze di reddito fornisce una illustrazione incompleta e per certi versi mistificatrice. Esso deve essere usato in congiunzione con altri indici di inuguaglianza, introdotti negli ultimi 15-10 anni, quali l’indicatore d’inuguaglianza di genere, (Women’s, or Gender, Inequality Index) l’indicatore delle disuguaglianze di salute (Health Inequality Index), l’indice di mobilità sociale intergenerazionale (Intergenerational Social Mobility Index) e, più recentemente, l’indice di giustizia intergenerazionale (Intergenerational Justice Index). Per esempio, se gli Stati Uniti figurano fra i primi tre paesi al mondo riguardo l’indicatore dello sviluppo umano, essi sono (ed anche l’Italia) fra i paesi fanalini di coda specie per quanto riguarda i tre ultimi indici (che coprono, tra altre realtà, l'inuguaglianza di fronte alla salute, la povertà delle donne e la povertà dei giovani).

A livello europeo

Il tasso di povertà relativa nei 27 paesi dell’Unione europea varia tra il 10 ed il 23% della popolazione nazionale, il più basso è nella Repubblica Ceca e nei Paesi Bassi, il più alto in Lettonia. I paesi scandinavi sono caratterizzati da bassi livelli di povertà. Lo stesso dicasi per l’Austria e la Germania. La povertà è più elevata nei paesi del Sud dell’Europa ed in quelli Baltici.

Nel 2010 c’erano circa 80 milioni di Europei poveri (su 500 milioni). I due terzi della popolazione povera dell’UE vive, non a caso, nei sei paesi più popolosi dell’UE: la Germania, la Francia, il Regno Unito, l’Italia, la Polonia e la Spagna. Solo in Germania ed in Francia il tasso di povertà relativa è inferiore alla media europea; ciò significa che le ineguaglianze di reddito fra i gruppi sociali all’interno degli altri quattro paesi sono più grandi.

A partire dagli anni ’80 la povertà è aumentata in tutti paesi dell’UE, anche in Germania. Lo smantellamento dello Stato del Welfare si è tradotto in una distribuzione della ricchezza in favore dei redditi da capitale (famiglie “ricche”, classi sociali agiate del mondo del business, delle libere professioni, degli alti e medi funzionari e dipendenti…) a svantaggio dei redditi da lavoro (operai, contadini, dipendenti e funzionari di basso livello…). Le ineguaglianze sono cresciute e la povertà ha toccato frange della popolazione che il Welfare aveva “salvaguardato”. Nel corso del 2010, dichiarato dall’Unione Europea “Anno europeo di lotta contro la povertà e l’esclusione sociale”, è stata ampiamente documentata dalle istituzioni europee l'accelerazione della crescita della povertà specie dei giovani tra i 18 ed i 25 anni (il 25% dei disoccupati europei aveva meno di 25 anni. La media ha superato il 27% nel 2012).

Il caso della crescita del tasso di povertà dei bambini in Germania è assai illustrativo dei processi d’impoverimento: la povertà infantile è cresciuta più rapidamente della povertà della popolazione in generale; la categoria dei bambini più colpita è quella dei bambini residenti ma senza cittadinanza tedesca; le famiglie con bambini registrano un tasso di povertà più elevato di quelle senza bambini; lo stesso dicasi dei bambini di famiglie monoparentali rispetto alle famiglie biparentali. Se ciò succede in Germania, nessuno si stupirà di apprendere la drammatica situazione dei bambini in Romania. In Romania sono 70.000 i bambini senza famiglia che vivono negli istituti. Secondo un rapporto dell’UNICEF, circa 9.000 neonati sono lasciati ogni anno nelle culle di maternità e di pediatria a causa principalmente dell’impoverimento crescente (dal 2009, 6,2% di crescita secondo i dati della Banca Mondiale). Fra i paesi dell’Est europeo, la Romania detiene ancora il primato del numero di minori abbandonati. Si calcola che vi siano tra 1.500 e 2.000 ragazzi di strada. Due su tre in tutto il Paese sono dei giovanissimi Rom. Il razzismo ed i pregiudizi etnico-sociali si aggiungono ai fattori di classe. La distanza che ancora regna tra le priorità politiche, economiche e sociali dell’oligarchia che ha preso il potere a livello dell’Unione Europea e la realtà dei diritti e dei bisogni dei cittadini dell’UE è considerevole.

La situazione diventa ancora più grave se ci si riferisce al “rischio povertà o esclusione sociale”, una maniera elegante da parte delle classi dirigenti per “smorzare” l’emozione popolare e quindi i sentimenti sfavorevoli nei loro confronti di fronte alla persistenza ed aggravamento dei fenomeni reali d’impoverimento. Secondo l’Eurostat (l’Ufficio statistico dell’Unione europea) le persone definite “a rischio povertà o esclusione sociale” sono costituite da chi vive in una famiglia con un reddito disponibile al di sotto della soglia del 60% del reddito disponibile nazionale mediano, da chi si trova in condizioni di „grave deprivazione materiale“ e vive in famiglie „a bassa intensità di lavoro“. Al 2010, 115 milioni di europei (il 23,4% dell'intera popolazione dell'Europa a 27) erano “a rischio povertà” (circa 120 milioni nel 2012).

I dati confermano che i paesi più poveri sono quelli dell'Est europeo e i paesi baltici: Bulgaria (42% delle persone a rischio povertà o esclusione sociale), Romania (41%), Lettonia (38%), Lituania (33%) e Ungheria (30%). L'Italia si piazza a metà classifica con un 24,5%. Sull’insieme europeo, il dato è peggiorato rispetto al 2009 passando dal 23,1% al 23,4%.

Tra le persone a rischio povertà addirittura uno su tre (circa il 27%) è un ragazzo al di sotto dei 18 anni. Queste percentuali scendono al 23% per le persone in età lavorativa (dai 18 ai 64 anni) e circa al 20% per gli anziani. L'Italia è al di sopra della media europea raggiungendo il 29% (meglio di Gran Bretagna e Spagna, ma decisamente peggio di Francia e Germania).

Inoltre, in tutti i 27 stati dell’UE, le donne registrano un rischio povertà più alto rispetto agli uomini: 62 milioni di donne (pari al 24,5% del totale di tutte le donne) e 54 milioni di uomini (22,3% del totale). Le differenze più marcate fra donne e uomini si registrano in Italia, dove il gap di genere è superiore a quello medio europeo: 26,3% delle donne contro il 22,6% degli uomini, seguita dall’Austria (rispettivamente 18,4% e 14,7%) e dalla Slovenia (20,1% e 16,5%).

L'impoverimento delle donne si è ulteriormente allargato, portando come conseguenza la marginalizzazione e l’esclusione sociale di ampie fasce di donne. Soprattutto se sono “single” e con figli a carico, anziane e migranti. Il tasso di occupazione è di 63,8% per le donne tra i 25 e i 64 anni e 77,5% per gli uomini, con una differenza percentuale del 13,7%. Una differenza che raggiunge 24,4 punti percentuali in Italia con il 51,4% delle donne occupate contro il 75,8% degli uomini. In Europa, le donne devono lavorare 59 giorni in più per guadagnare quanto un uomo. Le cifre relative al 2010, rese note dalla Commissione Europea, parlano chiaro: il divario retributivo di genere, è ancora del 16,2%, in lieve calo rispetto al 17% e oltre degli anni precedenti. In Italia il divario è molto meno accentuato: la differenza salariale è infatti del 5,3% ma ciò è dovuto soprattutto al fatto che gli uomini guadagnano di meno e non a un miglioramento delle donne in termini salariali. Il 19 febbraio 2013, la Commissione Europea dei Diritti delle donne ha approvato una relazione sul miglioramento della vita delle donne in Europa, ma l'UE continua a proteggere i mercati finanziari perseguendo politiche di riduzione dello stato sociale, così come indicato con il six pack e con il fiscal compact. I tagli alle spese sociali portano all’aumento delle ineguaglianze, a un incremento della disoccupazione femminile e alla precarietà, cioè alla “crescita” della femminilizzazione della povertà.

In Italia

Negli ultimi dieci anni, gli impoveriti sono aumentati. L’Italia è uno dei paesi più ricchi al mondo, oscilla tra il settimo e l’ottavo posto nella classifica mondiale. Il fatto è che l’Italia non ha mai figurato tra i paesi più avanzati sul piano dei principi e del funzionamento di una società giusta. Essa è stata, anche se per ragioni e modalità diverse, più vicina al modello USA di società ingiusta ed ineguale che al modello scandinavo o tedesco (vedasi infra la figura 2).

Nel 2003, le famiglie che vivevano in condizione di povertà relativa, cioè al di sotto di una soglia di 869,50 euro, per una famiglia di due componenti, erano 2 milioni 360 mila, pari al 10,6% delle famiglie residenti, per un totale di 6 milioni 786mila individui, l'11,8% dell'intera popolazione.

Povertà relativa e povertà assoluta

(secondo la metodologia ISTAT 2007)

La povertà relativa è calcolata sulla base di una soglia convenzionale che individua il valore di spesa per consumi al di sotto della quale una famiglia è definita „povera“. La soglia di povertà relativa per una famiglia di due componenti era, nel 2003, di 869,50 euro. Secondo i dati pubblicati dall’ISTAT nel luglio 2013, la soglia è diventata nel 2012 di 990,88 euro. La povertà assoluta è calcolata sulla base di una soglia che corrisponde alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un determinato paniere di beni e servizi. Il paniere rappresenta l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, sono considerati essenziali a conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.

Nel 2012, il 12,7% delle famiglie è relativamente povero (per un totale di 3 milioni 232 mila famiglie) e il 6,8% lo è in termini assoluti (1 milione 725 mila). La soglia di povertà relativa, per una famiglia di due componenti, è pari a 990,88 euro, circa 20 euro in meno di quella del 2011 (-2%). Le persone in povertà relativa sono il 15,8% della popolazione (9 milioni 563 mila), quelle in povertà assoluta l'8% (4 milioni 814 mila).

Tra il 2011 e il 2012 il numero dei poveri relativi è aumentato di 1 milione e 390 mila persone, e quello dei poveri assoluti di 1 milione e 399 mila. Un peggioramento drammatico. Pertanto, l'incidenza di povertà relativa è passata dall'11,1% al 12,7% e quella di povertà assoluta dal 5,2% al 6,8%, in tutte e tre le ripartizioni territoriali. L'incidenza di povertà assoluta aumenta tra le famiglie con tre (dal 4,7% al 6,6%), quattro (dal 5,2% all'8,3%) e cinque o più componenti (dal 12,3% al 17,2%); tra le famiglie composte da coppie con tre o più figli, quelle in povertà assoluta passano dal 10,4% al 16,2%; se si tratta di tre figli minori, dal 10,9% si raggiunge il 17,1%, confermando così la rapidità dei fenomeni di aggravamento della situazione e delle prospettive future dei giovani. Aumenti della povertà assoluta vengono registrati anche nelle famiglie mono parentali (dal 5,8% al 9,1%) e in quelle con membri aggregati (dal 10,4% al 13,3%).

Oltre che tra le famiglie di operai (dal 7,5% al 9,4%) e di lavoratori in proprio (dal 4,2% al 6%), la povertà assoluta aumenta tra gli impiegati e i dirigenti (dall'1,3% al 2,6%) e tra le famiglie dove i redditi da lavoro si associano a redditi da pensione (dal 3,6% al 5,3%). In altri termini, l’impoverimento tocca oramai segmenti crescenti della classe media, fascia medio bassa.

L’aumento della povertà relativa tra il 2003 ed il 2012 (3 milioni e 177 mila persone in più!) deriva dal peggioramento della situazione per le famiglie in cui non vi sono redditi da lavoro (senza occupati né ritirati dal lavoro) o vi sono operai, e per le famiglie con tutti i componenti ritirati dal lavoro, essenzialmente anziani soli e in coppia.

Anche la povertà assoluta aumenta tra le famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro e quelle con a capo una persona con profili professionali e/o titoli di studio bassi: famiglie di operai, con licenza elementare o di scuola media inferiore. Peggiora anche la condizione delle famiglie con un figlio minore, sia in termini di povertà relativa che di povertà assoluta.

Come era prevedibile, l’impoverimento è più netto nelle regioni del Sud e nelle Isole. Nel mentre le famiglie povere (povertà relativa) al Nord sono il 6,2% del totale delle famiglie ed il 7,1% al Centro, esse balzano al 26,2% al Sud. In Sicilia, Puglia e Calabria il tasso di povertà è di poco inferiore al 30%.

Lo stesso dicasi per l'impoverimento delle donne. Nell’Europa dei 25 il tasso di occupazione femminile raggiunge il 60%, mentre in Italia è appena il 43%, una delle più basse in Europa. Il tasso di inattività delle donne è del 48,5%, a fronte della media UE del 35,1%. Peggio di noi fa soltanto Malta con un tasso del 55,9%. Ad essere messo sotto accusa è ancora una volta il basso investimento in quei servizi che dovrebbero favorire la conciliazione tra attività professionali e cura della famiglia. Anche in questo caso il nostro Paese è nelle posizioni peggiori della classifica europea: secondo l’Ufficio studi di Confartigianato, la spesa pubblica per la famiglia è stata nel 2011 di 20,7 miliardi, pari al 4,6% dei 449,9 miliardi di spesa totale per la protezione sociale. Nel periodo 2007-2011 la spesa per la famiglia è la componente delle prestazioni di welfare che è cresciuta meno: l’incremento è stato di 1,3 miliardi, pari al + 6,9%, vale a dire la metà rispetto all’aumento della spesa complessiva per il welfare in Italia. Il nostro Paese, rispetto al 2011, ha perso ben sei posizioni nella graduatoria relativa alle disuguaglianze di genere, piazzandosi all'ottantesimo posto su 135 Paesi presi in esame. Delle quattro aree analizzate, però, il dato peggiore riguarda la partecipazione all'economia delle donne: qui l'Italia è solo centunesima! Anche laddove si registra un miglioramento nell’occupazione femminile rispetto a quella maschile si tratta di rapporti di lavoro a tempo parziale e in posizioni lavorative basse. Grande differenza c’è poi nelle retribuzioni secondo i dati del “Global Gender Gap Report 2012”. Per i lavoratori dipendenti del settore privato, la retribuzione media è di 21.678 euro lordi per le donne, mentre quella degli uomini si attesta su 30.246.

Anche le pensioni delle donne sono più leggere. Nel settore privato una pensionata su due ha meno di 20 anni di contribuzione, mentre nel pubblico il 40% delle donne ha più di 30 anni di anzianità contributiva. Le donne, poi, rappresentano il 47% dei pensionati, ma percepiscono il 34% dell'importo complessivo e l'80% delle pensioni minime.

Infine, le cifre più significative: una pensionata su tre prende meno di mille euro al mese ed è notevole la differenza tra gli importi percepiti. Nel pubblico, la pensione media per le donne è pari a 18.400 euro l'anno lordi, contro i 26.900 euro degli uomini. Ed è incredibile e vergognoso che le indicazioni europee per un riequilibrio nei rendimenti pensionistici delle donne siano state stravolte e strumentalizzate nel loro contrario per un immediato, fortissimo innalzamento della età pensionabile, invece che ad esempio riconoscendo una rivalutazione dei coefficienti per risarcire i gap strutturali della condizione lavorativa femminile.

Anche i dati presentati dalla Banca d’Italia mostrano un crollo dei redditi familiari, in particolare nei nuclei più poveri, e con a capo un componente femminile. Dati ISTAT dicono che il nostro è un Paese in cui fra il 2008 e il 2009, circa 800.000 donne hanno dichiarato di essere state licenziate o messe in condizione di doversi dimettere nel corso della loro vita professionale, in seguito alla nascita di un figlio.

Il nostro è un Paese dove 7 milioni di donne non hanno un lavoro retribuito, dove le donne sono più precarie degli uomini: il 14,3% delle lavoratrici ha un contratto atipico contro il 9,3% dei colleghi uomini, dove le donne sono più disoccupate degli uomini, e dove una donna su quattro tra i 15 e i 29 anni è inattiva. Questo significa che non solo non ha un lavoro retribuito, ma che neppure più lo cerca, né sta studiando o seguendo percorsi di formazione. Queste giovani donne hanno semplicemente rinunciato. Il fenomeno è ancora più grave al Sud.

(Il testo integrale di „Impoverimento e donne“, un contributo di Patrizia Sentinelli è disponibile nel sito www.banningpoverty.org)

Il quadro fornito dal Rapporto 2013 sulla povertà è di gran lunga inaccettabile. Fra le tante situazioni drammatiche, v’è il tasso medio nazionale di disoccupazione dei giovani tra i 18 e 25 anni superiore al 35% (luglio 2013), con punte vicine al 50% in certe provincie del Sud. Apparentemente la classe dirigente italiana, non solo politica, ha assorbito il dato senza grandi convulsioni politiche, anzi metabolizzandolo come un fatto quasi “normale”. Come spiegare un tale comportamento? L’analisi delle fabbriche della povertà può aiutarci a comprendere, ma non a giustificare.

2. Perché i poveri? Le fabbriche della povertà

La società ha fabbricato e continua a fabbricare impoveriti, con maggiore forza ed “efficacia” a partire dagli anni ’70-80. Quali sono i principali fattori strutturali alla base dei processi d’impoverimento.

La produzione degli impoveriti avviene in luoghi e spazi sociali ben definiti anche se diversi a seconda dei paesi, delle regioni e dei tempi. Non vi sono “leggi naturali d’impoverimento”, ma soggetti collettivi (pubblici e privati) e meccanismi di funzionamento. Vi sono cioè “le fabbriche” dell’impoverimento. Esse funzionano – è il caso di dirlo – giorno e notte. I suoi “lavoratori” non scioperano mai. Sono soprattutto “locali” pur essendo prodotti da “fabbriche sempre di più globali”.

La tipologia proposta qui di seguito vale essenzialmente per le società occidentali ed “occidentalizzate”, cioè oramai per una larghissima parte delle società attuali. Si tratta di una tipologia elaborata a partire dalle dinamiche che hanno dato spazio alla non universalità della dignità umana, ai non-diritti ed alla non-cittadinanza.

L'impoverimento avviene attraverso le seguenti fabbriche:

la fabbrica dell’inevitabilità della povertà, alimentata da un immaginario collettivo molto diffuso nel mondo costruito sulla “naturalità” della povertà; la fabbrica dell’ineguaglianza, che approvvigiona pratiche sociali e collettive quali il buonismo, il paternalismo, il caritatismo assistenziale, la politica dell’aiuto; la fabbrica dell’esclusione e dell’ingiustizia, ovvero il dominio della triade “capitale, impresa, mercato” che legittimizza l’impoverimento sacralizzando il valore assoluto della ricchezza privata (accumulo del capitale e primato del reddito da capitale); la fabbrica della predazione della vita il cui motore principale è la finanziarizzazione dell’economia assunto a principio maggiore della regolazione delle relazioni tra gli esseri umani, e tra essi e la natura.

Figura 1. Le quattro fabbriche della povertà

La fabbrica dell’inevitabilità della povertà alimentata da un immaginario collettivo costruito sull’idea della “naturalità” e dell’“individualizzazione” della povertà

La povertà è entrata nell'immaginario e nella cultura della civiltà occidentale come un fatto „naturale“, come uno „stato“ sociale intrinseco alla condizione umana. Da qui le contraddizioni e le ambiguità sulla maniera di “immaginare” la povertà. Senza entrare in merito al dibattito sulle tesi dualistiche (male/bene, forte/debole, dominante/dominato, intelligente/stupido,…), oggi siamo sempre più coscienti del fatto che la „povertà“, le povertà, sono il risultato di processi strutturali d'impoverimento. Tale consapevolezza, però, va continuamente rinsaldata. Sono sempre presenti tentativi di riportare la povertà entro rappresentazioni che non fanno altro che perpetuarla.

Per questo, e prima ancora che parlare della povertà “in sé”, è utile esplorare brevemente le “percezioni” e le idee che ruotano attorno al fenomeno della povertà. Molte di esse sono concezioni non solo acritiche rispetto ai processi di produzione della povertà, ma anche produttive esse stesse di ulteriore impoverimento perché contribuiscono a rendere “impensabili” (prima ancora che “inefficaci”) le possibili strategie di sradicamento della povertà. Le più diffuse e pericolose in questo senso, storicamente, sono state e rimangono quelle che trattano la povertà come un fatto puramente naturale e puramente individuale.

Nel primo caso la povertà è pensata come parte della “legge di natura”. Come tale appare immodificabile, eterna e da accettare passivamente. Di qui conseguono quelle forme di fatalismo e determinismo che sottendono a loro volta delle forme di biologismo e vero e proprio razzismo. In ogni caso eliminano e sradicano dall’origine ogni possibile ipotesi di presa di coscienza del fenomeno e dell’esistenza di alternative all’impoverimento.

Accanto a questa maniera di pensare, c’è l’altra legata alla lettura della povertà come un semplice fatto individuale. Viene sì riconosciuta la dimensione sociale e umana della povertà – e quindi anche la possibilità di uscirne, rifiutarla - ma tutto ciò, nel bene e nel male, è caricato sulle spalle del singolo individuo. In questo caso è la coppia “merito-colpa” a fungere da criterio di organizzazione e distribuzione di potere e ricchezze tra individui, i quali sono i “giusti” artefici del loro destino. Quante volte abbiamo sentito dire anche da presidenti degli Stati Uniti, dall’ex primo ministro inglese Thatcher, da “autorevoli” esponenti della politica e dell’economia italiana (specie nell’era berlusconiana, la più nefasta della storia del nostro Paese dal secondo dopoguerra) e da tanti “arricchiti”, che i poveri sono poveri perché se lo meritano (ovvero perché sono colpevoli)? Riportando il fenomeno della povertà ad un processo di individualizzazione, si opera nuovamente una chiusura dell’universo del discorso e della politica in cui tutto sommato gli esclusi si sono auto-esclusi. “L’uscita” dalla povertà diventa un fatto individuale e personale. L’uomo che si è fatto-da-sé è il criterio di “giustizia sociale”. Anche qui emergono tratti di razzismo e di egoismo sociale visto che celebrano una sorta di selezione “naturale” ove è bene, è giusto, è naturale che vinca il migliore, il più forte, il meritevole, l’efficiente, il più competitivo. Negli Stati Uniti v’è un motto molto popolare che dice “solo i forti sopravviveranno” (“only the strong will survive”).

Un altro mito occidentale-americano è fondato su “you can” (se vuoi “puoi” diventare ricco, puoi giungere a modificare il tuo statuto sociale, puoi “riuscire”!). L’elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti ha rinvigorito fortemente il mito della “libertà” individuale.

La figura 2 estratta dal rapporto economico annuale che lo stesso Obama ha presentato al Congresso americano nell’inverno del 2012 dimostra la falsità del mito.

Figura 2. La curva “Great Gatsby”. Ineguaglianza e mobilità intergenerazionali

La Figura 2, il cui nome è derivato dal romanzo eponimo di Francis Scott Fitzgerald, mostra che gli Stati Uniti sono uno dei luoghi peggiori dove andare, insieme all’Italia e al Regno Unito, in materia di eguaglianza e di mobilità sociale, per coloro che aspirano a migliorare le loro condizioni di vita. L’asse orizzontale indica il grado d’ineguaglianza di reddito (coefficiente di Gini) e quello verticale misura il legame tra il reddito del padre e quello dei suoi discendenti. Più le ineguaglianze aumentano, meno elevata è la mobilità sociale. La probabilità che un padre povero avrà dei discendenti poveri è molto elevata nei tre paesi menzionati anche se lavora intensamente per “uscire” e fare “uscire i suoi da tal legame. Questo non dimostra affatto la naturalità e l’inevitabilità dell’impoverimento e dell’esistenza degli impoveriti. È sufficiente guardare la parte sinistra e bassa della figura per constatare che, invece, nei paesi scandinavi dove le ineguaglianze sono molto ridotte la mobilità sociale è elevata (l’indice di elasticità intergenerazionale al reddito è basso, cioè non è condizionato dal reddito del padre). La povertà è legata all’ineguaglianza, ad una società fondata sull’ineguaglianza. I paesi ineguali sono generatori di povertà. Gli americani poveri farebbero meglio ad emigrare e andare ad abitare nei paesi scandinavi. A dire il vero, tale suggerimento era più corretto fino ad alcuni anni fa. Ora, le ineguaglianze sono riapparse anche nei paesi scandinavi, seppur a livelli molto più bassi di quelli USA, UK e italiani.

L’immaginario descritto è diffuso anche in ambienti che si definiscono “per bene”, nel mondo delle religioni (molti cattolici, musulmani, protestanti… la pensano così), e persino in seno ai lavoratori e a quelli del mondo agricolo e rurale. Si tratta di una fabbrica forte perché opera in tutti i territori contribuendo a fornire risorse e alimenti a pratiche sociali e collettive favorevoli al mantenimento dei fattori produttori di impoverimento. In fondo essa è forte perché si fonda sull’accettazione dell’ineguaglianza tra esseri umani di fronte ai diritti e dei fenomeni di esclusione/ingiustizia. Entriamo così nel cuore del problema, l’ineguaglianza.

La fabbrica dell’ineguaglianza

Tra buonismo, paternalismo, caritatismo, l'emergenziale

Questa fabbrica lavora su “prodotti” e “immaginari” apparentemente più neutri, vuoi “positivi”. Il “buonismo”, per esempio, dà titoli di “nobiltà” a certi imbellimenti della povertà quali: “sebbene poveri, essi possono essere più felici dei ricchi”, “sono poverissimi, ma i bambini africani sanno sorridere meglio dei bambini europei”. Questi atteggiamenti che suonano anche come proposte di “sdoganamento” delle società che producono esclusione, non solo riflettono culture paternalistiche, ma spostano la questione della povertà sul versante dei sentimenti ambigui e contraddittori e del culto dei paradossi della condizione umana. Il film, “Calcutta, la città della gioia” ne rappresenta un’espressione emblematica. Giocare sull’ambiguità e sui paradossi tra povertà e felicità/ricchezza e felicità non consente di vedere chiaro, anzi contribuisce a rendere meno visibile e meno percepibile il fattore che è alla base di dette concezioni, cioè la credenza nell’ineguaglianza di vita e di futuro tra gli esseri umani. I buonisti e i paternalisti non credono che tutti gli esseri umani nascono e sono eguali nei diritti. Non pensano che l’ineguaglianza (da non confondere con la diversità) rispetto ai diritti è creata ed imposta dalla società. Il buonismo paternalista accetta e legittima le dinamiche dell’ineguaglianza.

Più sottili, e per questo da accogliere con prudenza, sono i propositi quali “i poveri hanno la loro dignità”, “il popolo dei poveri ha una sua storia che merita rispetto”. I contenuti sono, in sé, condivisibili. Come si potrebbe affermare il contrario? Il loro limite risiede nel mescolare i piani, nel confondere il piano delle rappresentazioni delle persone e dei gruppi sociali (i poveri) con quello dei fatti (l’esclusione, il rigetto, il reale e radicale abbrutimento materiale e spirituale). L’obiettivo perseguito non è lo sradicamento della povertà, ma quello di permettere che i poveri “recuperino” ed “affermino” la loro dignità individuale e collettiva. Anche in questo caso, non siamo convinti della pertinenza di queste scelte. Agire per aiutare, accompagnare, sostenere i poveri a sentirsi persone e a diventare “un popolo” distinto, degno, rispondente ad una “naturalità” differente rispetto ai “non poveri”, non ci pare atto appropriato.

Battersi per la dignità dei poveri è certo necessario ed encomiabile a condizione che l'obiettivo finale sia la lotta per il cambiamento del sistema che produce povertà. Lo stesso dicasi delle tesi sulla ricchezza della povertà nel caso in cui per “povertà” si intende un modo di vita sobrio scelto, liberamente, voluto. La povertà – anche quella semplicemente monetaria - non ci sembra una condizione degna degli esseri umani, né l’obiettivo delle nostre società è di dare dignità allo stato di povertà e, quindi, ai fattori d’impoverimento (vedi Intervento 1 - In piedi i poveri).

Intervento 1 - In piedi i Poveri

(commento sul testo evangelico Mt 5,1-12 „Beati i poveri“) di p. Silvano Nicoletto, Comunità Stimmatini di Sezano/Verona)

Il testo detto delle Beatitudini (Mt 5,1-12) dà in anteprima tutto il messaggio della vita e delle parole di Gesù. Parla di una qualità di vita nuova perché i criteri di ciò che Gesù chiama “Regno dei cieli (o di Dio – da non confondersi con il paradiso!)”, sono all’opposto di quanto si verifica nelle strutture mondane del potere e della religione.

La proclamazione esordisce con: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” e chiude con “beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. Si tratta del tipico stile narrativo semitico detto inclusione: l'inizio lo ritroviamo anche alla fine. Quindi, i poveri in spirito sono i perseguitati per causa della giustizia. Non sono coloro che sono spiritualmente distaccati dalle cose, gli animi leggeri perché vivono di sobrietà ed essenzialità o coloro che sono fiduciosamente abbandonati alla provvidenza di Dio, per quanto nobili possano essere questi sentimenti.

La giustizia evangelica è quel nuovo ordine di rapporti e di vita insieme che si trova agli antipodi dell'ordine oppressivo e violento stabilito dai poteri forti della politica e della religione ad essa asservita.

I poveri sono coloro che si sottraggono ai criteri del potere mondano (per questo sono perseguitati!) per “mettersi sotto” la volontà di Dio che è una volontà di riscatto per l'umanità.

Con il termine “poveri in spirito„ Matteo riprende il concetto di Isaia dove povero in spirito viene espresso con un termine shefàl ruah che letteralmente è “abbattuto di vento”. Indica chi è così prostrato da essere piegato a terra, con il vento del fiato che “scarseggia” come lo erano i sottomessi ad un qualsiasi regime (non dimentichiamo che il linguaggio è figurato). I poveri in spirito sono dunque coloro che stanno sotto. Il contesto intende indicare innanzitutto coloro che passano da un regime di un certo tipo ad un altro, dall'obbedienza a certi parametri di valore a quelli, appunto della nuova giustizia. In pratica, è come se Gesù affermasse: “Felici, quelli che assumono i nuovi criteri per vivere le relazione con gli altri, felici coloro che cercano di cambiare le cose secondo giustizia a partire da ciò che il Vangelo suscita in loro”. Allora la parola “beati” (= coloro che riacquistano il vigore) riferita ai “poveri in spirito” (= schiacciati, sottomessi dal fiato corto) può, a buon diritto, essere tradotta, come dichiarò felicemente Tonino Bello, con “In piedi”.

In piedi, gli schiacciati, i non violenti, gli operai della pace, i cercatori e perseguitati per la giustizia… In piedi!

(Il testo integrale è consultabile nel sito www.banningpoverty.org)

Annotazioni comparabili si applicano ad altre concezioni per le quali la lotta contro la povertà assume un grande valore in quanto lotta contro le sciagure, le catastrofi e le emergenze che penalizzano soprattutto gli impoveriti, le fasce deboli ed escluse della popolazione e, pertanto, sollevano l’emozione generale contro la “disumanità” della povertà. Ricordiamo, fra i numerosissimi esempi, la sciagura della grande inondazione della città di New Orleans negli Stati Uniti, o il terremoto del 2010 che ha devastato Haiti.

La strategia degli interventi di emergenza, centrata sul “business della carità”, risolve poco. La “generosità” in termini di obolo (10, 30, 50 euro) ad opera di milioni di persone sparse nel mondo può dare l’impressione che ci sia una solidarietà mondiale. In realtà, come i due casi citati lo hanno dimostrato, l’emergenza mette in moto i meccanismi di scagionamento personale rispetto al dramma della povertà nell'animo di coloro che ricchi o poveri, non sono stati “colpiti” dalle sciagure e che per questo danno un obolo. È possibile che certe forme di “business caritativo” fondate sull’imprenditorialità dei poveri stessi e sulle “market-based social solutions” (le soluzioni sociali basate sui meccanismi di mercato) possano contribuire ad alleviare situazioni particolarmente drammatiche di povertà. È il caso di molte iniziative prese in favore degli abitanti delle baraccopoli d’Africa, d’Asia e dell’America latina. Ma esse non intaccano i processi strutturali di mantenimento e di crescita dell’impoverimento.

Sul “capitalismo compassionevole”, la filantropia ed il ruolo dei “benefattori” la letteratura è molto ricca. I nuovi “filantropi” appaiono regolarmente sulla scena pubblica. È il caso di Bill Gates il quale ha ricevuto nuovi onori dalla grande stampa internazionale per il fatto di aver annunciato che la sua fondazione ha deciso di investire in un programma mondiale mirante a favorire l’accesso alla toilette ai 2,6 miliardi di esseri umani che ne sono privi. In precedenza, Bill Gates ha dedicato qualche miliardo di dollari in favore della lotta contro una malattia infantile. Lungi da noi giudicare negativamente tale atto di beneficenza da parte del 3°miliardario più ricco al mondo. Al di là delle questioni relative a certe pratiche commerciali sulle quali si è fondata la ricchezza di Microsoft, il dato più importante è domandarsi perché 2,6 miliardi di esseri umani debbano attendere un atto “generoso” da parte di una persona molto ricca per sperare di avere accesso ad una toilette pubblica (forse anche a pagamento), allorché tale accesso è stato riconosciuto dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 28 luglio 2010, come un diritto umano (universale, indivisibile e imprescrittibile)? Perché non se ne occupano gli Stati, i governi, i poteri pubblici? Come mai la maggioranza dei gruppi favorevoli al “charity business” ed al capitalismo compassionevole continuano a predicare la riduzione delle spese sociali pubbliche? Se gli Stati non hanno più le risorse per finanziare gli investimenti in beni e servizi pubblici essenziali come la toilette, l’acqua potabile, la salute, la casa, l’educazione, perché non decidono di ridurre le ingenti spese militari? E perché continuano a optare in favore della diminuzione delle tasse sui redditi da capitale trasferendo il reddito prodotto dalla gente verso le rendite finanziarie e, quindi, l’arricchimento dei pochi trasformati così in eroi mondiali filantropici?

In India (ma non solo in questo paese) è più importante investire nella costruzione di una portaerei che nell’acqua potabile

Il 20 agosto di quest’anno (2013) si è appreso dai media che il governo dell’India ha inaugurato la fase finale della costruzione della prima portaerei internamente “made in India” a propulsione nucleare. Secondo una dichiarazione di due anni fa del Presidente dell’India, circa 550 milioni di persone conoscono l’acqua per bere solo sotto forma di fango liquido. Perché i dirigenti indiani hanno dato la priorità all’investimento militare (che non salverà nessuna vita umana) distogliendo miliardi di rupie dall’investimento in pozzi, fontane pubbliche, nuove reti acquedottistiche che certamente potrebbero salvare la vita di centinaia di milioni di loro concittadini?

La Cina agisce nello stesso modo e così anche il Pakistan, seguendo l’esempio della Francia, del Regno Unito, della Russia, degli Stati Uniti… È la “preparazione alla guerra” per “la difesa” dei poteri dei gruppi dominanti più importante del diritto alla vita e del futuro di miliardi di esseri umani?

La risposta dei dirigenti indiani è “sì”, perché effettivamente essi non credono che i 550 milioni di indiani senza accesso all’acqua potabile siano eguali a loro nei diritti.

Per questo i 550 milioni di indiani menzionati sono esclusi dai diritti alla vita ed il loro futuro non ha alcun valore.

La fabbrica dell’esclusione e dell’ingiustizia

La concezione del valore ed il potere della trinità "capitale impresa-mercato”

Rispetto all’importanza attribuita alle spese militari, qual è oggi la dignità di una vecchia signora di 80 anni che vive a Milano con una pensione di 400 euro al mese e, quindi, con un «potere d’acquisto» quasi nullo? In che modo l’economia si occupa di lei? Per l’economia, non solo ella non evoca nessuna dignità, ma non ha nemmeno alcun valore. Ella vale poco o nulla a causa del suo bassissimo potere di consumo. E qual è la dignità accordata nelle nostre regioni italiane al quasi 40% di giovani tra i 18 e 25 anni che non trovano un posto di lavoro (notizie ISTAT del 30 agosto 2013) e che, forse, riusciranno a guadagnare qualcosa per «sopravvivere» solo entrando nei circuiti dell’economia informale, spesso illegale, o nell’economia criminale? Poca dignità, anzi sono sovente «considerati» dei rassegnati, dei falliti, o addirittura “condannati” come dei fannulloni.

Secondo le concezioni dei dominanti, il valore nelle nostre società è strettamente legato al capitale privato, specie finanziario: tutto ciò che contribuisce a creare “ricchezza” per il capitale ha valore. A partire dal momento in cui il carbone ha cominciato a produrre minor ricchezza per il capitale investito, il carbone ha perso valore ed il capitale lo ha abbandonato per spostarsi sul petrolio ed altre fonti energetiche.

Lo stesso vale per gli esseri umani che sono stati ridotti a “risorse umane”. Se un operaio specializzato di 45 anni della Fiat, ad uguale produttività di un operaio polacco o romeno o albanese, costa di più al capitale proprietario dell’impresa, detto operaio non interessa più alla Fiat e, appena può, essa sposta la produzione verso i luoghi dove le “risorse umane” costano meno e consentono un profitto più elevato. La cosa peggiore che nelle nostre società possa accadere ad un operaio o a un dipendente è di essere considerato una “risorsa umana” non redditizia, non “occupabile”, ridondante, addirittura non più “riciclabile”. Se poi aggiungiamo, come capita in questi ultimi anni, che lo Stato, i poteri pubblici, intervengono sempre di meno, in termini monetari e non monetari, in sostegno alle persone in età lavorativa, la via aperta all’impoverimento è larga come una autostrada a sei corsie.

Le nostre società hanno deciso di riconoscere come legittima e giusta la priorità data alla massimizzazione della ricchezza per il capitale. Coerentemente esse hanno attribuito al capitale (in particolare agli operatori in “Borsa”) il potere di decidere sull’allocazione delle risorse, pur sapendo che le Borse sono i luoghi della speculazione e delle strategie di arricchimento individuale rapace, corrotto ed anche illegale. Ciò facendo hanno deliberatamente smantellato i principi e gli strumenti che avevano permesso, fino agli anni ’80, di ridurre i processi di impoverimento.

In questo contesto, l’opinione pubblica è stata convinta che l’impresa privata è il soggetto più idoneo a mettere insieme, in tutti i campi e regioni del mondo, i processi di massimizzazione della creazione di ricchezza per il capitale. L’impresa privata è diventata nell’immaginario collettivo l’organizzazione più atta a gestire con efficacia, efficienza ed economicità le transazioni di scambio fra i vari agenti economici. Oggi si crede che sia buono (e giusto) che sia l’impresa a decidere chi e cosa includere o escludere. Lasciare libera l’impresa di decidere è diventato il principio imposto dai gruppi dominanti. E cosa hanno fatto le imprese private, specie le potenti imprese multinazionali globali? Esse hanno incluso tutto nelle logiche del mercato. Coloro che sono incapaci di avere un potere d’acquisto che consenta loro di “comprare” i beni e i servizi redditizi per il capitale sono esclusi da qualsiasi diritto. Così è “logico” nel sistema attuale che il macellaio o la grande catena mondiale di supermercati, l’americana Wal Mart, non diano mai la carne ad una persona perché ha fame ma solo se è in grado di pagare il prezzo richiesto. Pertanto si può affermare che nel caso in cui tutti i beni e servizi alimentari fossero regolati dal mercato e dalle imprese private, i poveri non avrebbero mai accesso all’alimentazione. Alla fine del 2011, sono stati ufficialmente “registrati” più di 900 milioni di abitanti della Terra in stato di malnutrizione grave, allorché quasi un miliardo di persone sono afflitte da malattie anch’esse gravi per ragioni di obesità ed eccessiva alimentazione.

Nel mercato non c'è il cittadino. Il mercato non ammette i diritti. Non riconosce i diritti, anzi non comprende cosa sia un diritto (salvo il diritto di proprietà privata). In Belgio, una delle grandi catene di supermercati si è opposta alla proposta formulata all’inizio del 2013 dalle ONG di banche alimentari di imporre alla grande distribuzione di non distruggere i beni alimentari invenduti ma, specie in questo periodo di „crisi“, di consentire la loro distribuzione ai più bisognosi.

In una società giusta, l’esclusione dai diritti umani e sociali per motivi economici non ha alcuna ragione di esistere. Essa costituisce un atto puro d’ingiustizia sociale ed umana. L’esclusione per ragioni di razza, di religione, di sesso, di salute è altrettanto ingiustificata ed ingiusta. Va contro il principio dell’alterità e dell’integrità della vita secondo il quale l’altro (gli altri esseri umani, le altre specie viventi, il mondo stesso…) è essenziale ed insostituibile per la nostra propria esistenza. Eppure, ancora negli ultimi 40 anni i fenomeni di rigetto dell’altro, della sua “criminalizzazione”, e delle guerre all’altro si sono intensificati. Il crollo dell’URSS non ha prodotto “i dividendi della pace” promessi in Occidente. Si è invece assistito alla crescita dei “dividendi delle guerre” (Irak, Afghanistan, Libano, Libia, Siria…) e della militarizzazione della sicurezza interna. Le carceri (o nuove istituzioni d’internamento assimilabili) dei nostri paesi sono scoppiate per sovrappopolamento, a causa delle persone considerate “clandestine” ed “illegali”. Come si può credere che un siffatto sistema possa fabbricare altra cosa che l’impoverimento?

La fabbrica della predazione della vita

La finanziarizzazione dell’economia

A partire dagli anni ’70, a seguito del ribaltamento totale del sistema finanziario concepito e messo in opera nel 1945 dalle potenze vincitrici e poi diventato il sistema finanziario mondiale, le nostre società hanno subìto una rapida anche se graduale finanziarizzazione dell’economia e della società.

Per finanziarizzazione s’intende il primato acquisito dai criteri di natura finanziaria come base di definizione e di misura del valore. Le imprese, per esempio, non sono più considerate grandi, potenti ed utili in funzione del criterio del numero di occupati, né - come è stato applicato fino agli anni ’90 - in funzione del criterio del fatturato, ma ormai sono grandi, potenti ed utili principalmente in funzione del valore della loro capitalizzazione borsistica, calcolato dal numero delle azioni vendute sul mercato moltiplicato per il valore di ciascuna azione.

La finanziarizzazione ha condotto alla creazione di nuovi prodotti e servizi finanziari, di natura sempre più speculativa, il valore delle cui transazioni, estremamente variabile e volatile, ha raggiunto cifre superiori e sconsiderate rispetto al valore delle transazioni commerciali e delle transazioni sui mercati finanziari tradizionali. Per questo si parla dell’economia attuale come di una grande bolla finanziaria speculativa, di turbo-capitalismo, di capitalismo-casinò, di finanz-capitalismo, ecc. La finanziarizzazione dell’economia capitalista ha modificato il ruolo della moneta e dei poteri pubblici in materia di politica monetaria e finanziaria. La moneta ha perso la bussola: restano “intatte” più o meno bene le sue funzioni di mezzo di pagamento e di strumento di misura del valore di scambio, ma è entrata in tilt riguardo la sua terza funzione, quella più fondamentale, di strumento di riserva del valore. Fra le cause della crisi della moneta citiamo: l’espansione colossale del mercato delle divise monetarie (che ha ridotto la moneta a pura merce) e del mercato dei derivati e affini (che ha tolto alla moneta i legami tradizionali con l’economia reale). Risultato: i poteri politici hanno accettato e/o promosso la totale liberalizzazione, deregolamentazione e de-pubblicizzazione della moneta e della finanza ed abbandonato ai “mercati finanziari” il potere di regolazione e di decisione. Dopo più di trent’anni di crisi finanziarie, sempre di più sconvolgenti si è giunti all’attuale che sta ultimando i processi di predazione e di dilapidazione dell’economia dei paesi e dei settori che si erano “sviluppati” grazie allo Stato del Welfare (vedi Intervento 2 - Come la finanza diventa fabbrica di impoverimento).

Intervento 2 - Come la finanza diventa fabbrica di impoverimento

a cura di Andrea Baranes - Presidente Fondazione Culturale Responsabilità Etica

E' difficile anche solo enumerare i diversi processi tramite i quali l'attuale sistema finanziario causa e acuisce la povertà. Alcuni sono più evidenti, altri più subdoli e indiretti ma non per questo meno devastanti. Prendiamo l'esempio della crisi nata con la bolla dei mutui subprime negli USA che ha contagiato l'intero pianeta. Non solo milioni di persone sono state direttamente colpite, in termini di perdita di posti di lavoro, diminuzione del reddito e via discorrendo, ma essa è anche all'origine per effetti a cascata della crisi dell'euro e del debito pubblico.

Gli Stati si sono dovuti indebitare per dei giganteschi piani di salvataggio del sistema bancario. I cittadini, tramite le loro tasse, sono stati chiamati a salvare i responsabili della crisi, il che ha provocato un aumento delle povertà. L'effetto maggiore è stato quello della crisi dei debiti pubblici. Un Paese come l'Italia si è trovato a fronteggiare la concorrenza della montagna di titoli statunitensi, tedeschi, inglesi, francesi che hanno invaso i mercati, visto che tutte queste nazioni hanno dovuto aumentare i loro debiti pubblici per salvare le rispettive banche. In questo contesto i paesi più deboli sono stati obbligati ad aumentare il tasso di interesse offerto agli investitori affinché questi acquistassero i loro titoli. Così, la differenza di tasso che deve offrire l'Italia rispetto alla Germania è precisamente lo spread. Quando aumenta il tasso di interesse da pagare i conti pubblici dell'Italia peggiorano e le famigerate agenzie di rating abbassano la quotazione dell'economia italiana. I mercati allora non si fidano più per cui l'Italia deve aumentare il tasso di interesse offerto per compensare la minore fiducia. Si entra così in una spirale pericolosa e difficile da spezzare dovuta unicamente a criteri speculativi - finanziari e non a cambiamenti dell'economia reale.

La situazione di difficoltà in cui si trovano molti stati europei e altrove, ricorda da vicino la crisi del debito estero che da oltre un trentennio soffoca le economie del Sud del mondo. Debiti spesso contratti per spese improduttive, per l'acquisto di armamenti, con estesi fenomeni di corruzione, e più in generale per enormi progetti infrastrutturali, dalle dighe in poi, che non hanno portato nessuno “sviluppo” alle popolazioni locali, ma al contrario hanno avuto enormi impatti sociali e ambientali e hanno costretto i cittadini di quei Paesi in una spirale di debito e povertà. Non da ultimo, il debito comporta una pesante dipendenza per molti Paesi, e in diversi casi una vera e propria perdita di sovranità nazionale.

Il testo integrale è consultabile sul sito www.banningpoverty.org

Le ultime convulsioni del sistema, una peggiore dell’altra, hanno reso la buona moneta (il buon capitale) sempre di più rara e, quindi, più cara sia per le famiglie che per lo Stato (i Comuni, le Regioni). Ciò ha accentuato, insieme alla caduta dell’occupazione e al salvataggio delle banche già menzionate nell’Intervento 2, i processi d’indebitamento, in continua crescita dagli anni ’80 allorché i dirigenti hanno deciso di togliere alle istituzioni pubbliche, in particolare al Tesoro, il controllo della moneta per affidarlo alla Banca Centrale ed ai mercati finanziari (i grandi gruppi bancari multinazionali). Così, per coprire i bisogni finanziari collettivi, lo Stato si è trovato nell’obbligazione di indebitarsi sul mercato dei capitali, presso soggetti terzi, privati, come all’epoca dei Medici. In più di 25 anni lo Stato italiano ha “regalato” ai detentori privati di capitale più di 3 mila miliardi di euro sotto forma di pagamento degli interessi.

Inoltre, per “fare cassa”, i poteri pubblici hanno depredato la ricchezza collettiva, svendendo il patrimonio collettivo, mercificando beni e servizi pubblici comuni (anche le pensioni, la protezione civile…). La ricchezza collettiva comune è stata ridotta a poche cose. Essa è uscita dal nostro immaginario e linguaggio comune. E ciò che ancora resta di foreste demaniali, di terre e di semi non sottomessi ai diritti privati di proprietà intellettuale, di risorse idriche pubbliche, di saperi “gratuiti” condivisi, di valori umani non regolati dalle logiche dello scambio… deve essere reso disponibile al mercato!

Conclusione della prima parte

Lo scempio dell’illegalità

Le quattro fabbriche fanno parte di un sistema integrato produttore dell’impoverimento (Figura 3).

Figura 3. Le quattro fabbriche della povertà

È interessante capire le relazioni. Se la concezione della naturalità/ inevitabilità della povertà (elemento A) ci appare come la “prima” fabbrica, in realtà, come abbiamo visto nelle pagine precedenti, il vero “cervello” del sistema è la coppia ineguaglianza/esclusione (elemento B). I processi di predazione, cioè la logica dell’accumulazione individuale/privata del capitale e del suo ruolo dominante, caratteristica del sistema capitalista finanziario mondiale attuale (elemento C), costituiscono “l’anima” del mondo. Lo schema della Figura 3 spiega il perché secondo i gruppi dominanti ci possono essere le crisi (funzionamento del “cervello”) ma non l’alternativa al sistema, dato come irreversibile, naturale.

In passato, la forza che dava energia alla coppia ineguaglianza/esclusione derivava dall’appropriazione ed il controllo della terra e delle acque (alimentazione, abitato, commercio, trasporti…). Poi è venuto il turno delle macchine la cui potenza energetica ha preso il sopravvento sull’uomo ed il suo ruolo nella sicurezza e la ricchezza. Oggi la forza è rappresentata dalla finanza (informazione, conoscenza e potere di decisione sul valore delle cose). La finanza diventa lo strumento, fra i più potenti e “universali” finora conosciuti, di “legittimazione” dei processi di ineguaglianza, esclusione e predazione. L’elemento A è importante, ma B lo è ancora di più. In finale, il ruolo chiave fondamentale è nella relazione tra B e C. Mettere fine all’esistenza delle fabbriche della coppia B e della fabbrica C è condizione necessaria ed indispensabile.

La finanza oggi è molto di più che “moneta”. Quando i beneficiari tentano di spiegare perché, secondo loro, è “giusto’ che delle persone abbiano delle remunerazioni (stipendi) di 2, 5, 10 milioni di euro all’anno ed altre vedano il loro salario minimo di 12.000 euro annuo diminuire, o piccole o grandi armate di dirigenti (economisti integrati compresi) “giustificano” la delocalizzazione delle imprese verso altri paesi dove il rendimento finanziario sarà più elevato grazie anche a bassissimi livelli di protezione sociale e di vincoli ambientali (con conseguenze disastrose per interi territori e migliaia/milioni di persone), i turiferari del sistema non parlano di moneta ma di gestione ottimale delle risorse nell’interesse (dicono) generale, di contributo alla crescita economica, di stimolo al grande ideale dell’innovazione e di risposta all’imperativo della competitività. Parlano, cioè, di desideri, di immaginari, di concezioni sulla vita. Raccontano una narrazione sociale che esalta la libertà dei potenti, difendono l’anima della loro società (un’anima attualmente poco “umana”).

La pervasività della libera finanza mondiale ha stravolto i territori della giustizia, ha devastato i campi della democrazia e fatto saltare i limiti della legalità, contribuendo a “fare entrare” nella legalità elementi, fattori e comportamenti criminali sempre più presenti nelle attività di produzione della ricchezza. La libera finanza mondiale vive oramai di legalità e d’illegalità. Il quadro seguente sui principali scandali finanziari mondiali degli ultimi anni fa capire che l’opera di predazione, fondata sull'ineguaglianza e l'esclusione, fa parte dell’illegalità e della criminalità economica organizzata. Le fabbriche della povertà sono illegali.

Le frodi finanziarie sono la punta dell’iceberg, un grande iceberg la cui composizione ha origine, principalmente nell’evasione fiscale legalizzata grazie all’esistenza dei paradisi fiscali e di altri dispositivi ed istituzioni che consentono a grandi e piccoli, anche dei paesi impoveriti, di sottrarre una parte notevole della ricchezza prodotta alle finanze pubbliche e quindi agli investimenti collettivi in beni e servizi essenziali ed insostituibili per la vita di tutti. La corruzione, anch’essa, è madre e figlia dell’evasione fiscale, come lo è la cosiddetta economia “sommersa” o “grigia” i cui aggettivi rappresentano un fragile tentativo di dare una “visibilità” ad un vasto campo di attività economiche e sociali i cui confini sono labili ed in continua interazione tra la legalità e l’illegalità. In questo “settore”, l’Italia è da tempo fra i paesi più “innovatori”. Strettamente intricata alle frodi finanziarie, all’evasione fiscale, alla corruzione, ma rispondente essenzialmente alla bramosia del lucro e della potenza, è l’economia formalmente illegale, criminale, quella del traffico delle droghe, degli esseri e degli organi umani, del commercio delle armi, dei prodotti contraffatti. Quest’economia, che esperti delle grandi organizzazioni economiche internazionali stimano

Gli ultimi principali scandali finanziari mondiali.

2001 ENRON (USA). Grande società specializzata nel campo energetico e del courtage. 100 miliardi di capitalizzazione. Ha falsificato i conti creando più di 3.000 società offshore per controllare il prezzo dell’energia e nascondere i debiti della casa madre. Lo scandalo ha condotto alla rovina anche una delle più grandi società mondiali di gestione dei conti d’impresa, la Arthur Andersen, che aveva certificato la correttezza dei conti della ENRON.

2002 VIVENDI (F). Crollo della società per documentazione finanziaria fraudolenta. Il suo Presidente affermava che la società andava bene mentre in realtà perdeva 1 miliardo di $ al mese. Errore di strategia: aveva cercato di diventare n° 1 mondiale della comunicazione, distogliendo tra l’altro a tal fine miliardi dal settore acqua ed ambiente che era il “core business” tradizionale dell’impresa. 2002 WORLDCOM (USA). Principale operatore della comunicazione. Ha gonfiato i conti di 11 miliardi per diminuire il montato dei debiti (41 miliardi).

2003 PARMALAT (I). Grande gruppo alimentare. Un buco di 14 miliardi di euro a seguito di una strategia di conquista mondiale. Il Presidente è stato condannato a diversi anni di prigione.

2008-2013 MUTUI SUBPRIME (USA). Nel 2008, due fra le più grandi società americane di gestione dei mutui immobiliari Fannie Mae e Freddie Mac dichiarano fallimento a seguito del crollo dei prezzi dei beni immobiliari. Esse avevano speculato sull’aumento dei prezzi per concedere mutui anche a persone e famiglie che sapevano insolvibili. Fallite, sono state salvate dallo Stato. Tra il 2005 e il 2007 la J.P. Morgan ed altre cinque grandi banche americane avevano però venduto nel mondo intero i titoli delle due banche il cui crollo lascia le acquirenti con un sacco di titoli senza valore. È del mese di agosto 2013 la notizia che la multa, che J.P. Morgan potrebbe essere costretta a pagare per lo scandalo sui mutui subprime, ammonterebbe a più di 6 miliardi di $. Un'operazione che si inquadra in una lunga serie di iniziative con le quali i colossi americani del credito cercano di fare pulizia nel proprio passato. Secondo l'analisi di Bloomberg, le sei più grandi banche USA, guidate proprio da J.P. Morgan e dal BofA, che da sole pesano per il 75 per cento del totale, hanno accumulato la bellezza di 103 miliardi di dollari in spese legali dopo il 2008, più di quanto abbiano distribuito ai propri azionisti in forma di dividendi.

2008 SOCIETE GENERALE (F). Perdita di 5 miliardi di euro per le operazioni di un suo trader. La società nega di esserne al corrente. Anche se cosi fosse, il sistema che consente ad un trader interno di far perdere delle somme cosi considerevoli è “fuori legge”. Il trader è andato in prigione.

2009 MEDOFF (USA). Uno dei personaggi più prestigiosi di Wall Street, ex presidente del NASDAQ, è condannato alla reclusione per una frode di 50 miliardi di $.

2009 LLOYDS BANKING GROUP (UK). Riconosce d’aver operato fino al 2005 a vendite abusive di assicurazioni sui prestiti per 15 miliardi di $.

2010 BARCLAY HCBC. Ha ammesso di aver riciclato senza limiti miliardi di $ provenienti dal traffico della droga (narcotrafficanti messicani) e dal commercio delle armi (in Iran).

2011 LIBOR (coinvolgimento di una dozzina delle più grandi banche mondiali). Le banche riconoscono di aver falsificato, nel loro interesse, tra il 2005 ed il 2009 il tasso interbancario tra loro, sulla base del quale è misurato il valore del capitale per tutta l’economia mondiale.

rappresentare quasi il 20% dell’economia mondiale, si è sviluppata ancora di più negli ultimi 30 anni grazie al sistema finanziario legale diventato più “libero”, cioè meno regolato e meno controllato. E di questo, la responsabilità è di coloro che, a capo delle istituzioni monetarie e finanziarie pubbliche e private, nazionali ed internazionali (ministri, dirigenti, esperti), hanno teorizzato ed imposto la liberalizzazione, la deregolazione e la privatizzazione dell’economia, della finanza e della moneta e, negli ultimi anni, la monetizzazione della natura e di ogni forma di vita; che hanno voluto e predicato la sottomissione dei governi e delle istituzioni pubbliche alle decisioni ed agli umori dei mercati finanziari, delle Borse e dato il potere di valutazione di controllo sui loro programmi ed azioni a cinque società private finanziarie USA di notazione (che di fatto sono diventate i giudici mondiali del “dio del rating”).

Fra tutti gli scandali finanziari, quello del LIBOR perché illustra molto bene i fondamenti e la natura del sistema attuale. La Barclay, una delle banche più prestigiose del Regno Unito, ha confessato alle autorità giudiziarie americane di aver falsificato, insieme ad altre grandi banche mondiali (fra le quali la Bank of America, Citibank, Credit Suisse, Royal Bank of Scotland, HSBC, Deutche Bank, UBS…) tra il 2005 ed il 2009, il sistema LIBOR (London InterBank Offered Rate), cioè il sistema di fissazione quotidiana da parte delle principali banche del mondo del tasso di interscambio che le banche si danno quando si prestano del denaro. Detto tasso determina il prezzo del capitale al quale poi le banche prestano i soldi allo Stato, alle collettività locali, alle famiglie, ai singoli individui. Uno scandalo indicibile perché orchestrato per falsificare uno dei meccanismi chiave di base del sistema finanziario attuale, unicamente allo scopo di salvare i propri interessi (evitare il fallimento, nel caso della Barclays; fare ingenti profitti personali per i traders delle altre banche). Molti specialisti pensano che la falsificazione del LIBOR sia alle origini della grande crisi odierna che ha “bruciato” decine di migliaia di miliardi di $ e ridotto al lastrico milioni di persone. Senza stabilire tale legame diretto, resta il fatto che la Barclays e le altre banche hanno rubato soldi a milioni di cittadini, hanno fatto sparire miliardi di $ e hanno falsificato i conti del mondo finanziario ed economico, dimostrando la falsità di uno dei pilastri sui quali pretende di basarsi l’economia capitalista di mercato e cioè la coppia fiducia/trasparenza. Di tutto ciò le autorità americane, europee e giapponesi preposte al controllo ed alla trasparenza dei mercati finanziari non si sono accorte, né gli esperti ultra specializzati dei governi hanno avuto sentore di cosa stava bollendo in pentola. Peggio ancora, scandalo nello scandalo: la Barclays è riuscita a raggiungere un accordo con la SEC, l’autorità americana di controllo, per il pagamento di una multa di più di 500 milioni di $, evitando così ulteriori procedure giudiziarie e condanne. Anche la HSBC, la Bank of America, la UBC… sono riuscite a sfuggire alle procedure giudiziarie mediamente il pagamento di multe che, secondo le informazioni diffuse nel 2013, varierebbero tra gli 800 milioni ed il 1,3 miliardi di dollari. A parte le dimissioni dei tre principali dirigenti della Barclays, i dirigenti delle banche ne sono usciti senza alcuna punizione personale, anzi alcuni di essi sono stati promossi ad altre funzioni prestigiose persino pubbliche, governative. Cosa succede invece ad un piccolo contabile di una piccola impresa che falsifica i dati per rubare 10.000 euro? Ve lo lasciamo indovinare.

Le prigioni debordano di prigionieri anche in Italia a causa di una sovrappopolazione carceraria dovuta, tra tanti altri fattori, ad un esercito di soldati della piccola criminalità. Sarebbe facile dimostrare che i milioni di “banditini” economici non hanno avuto alcuna influenza sul buono o cattivo funzionamento delle nostre società ed in particolare sui processi di impoverimento. Enorme, invece, e con effetti devastatori su generazioni ed intere categorie sociali così come su tanti popoli della Terra, è stata l’influenza degli atti operati e delle scelte imposte dall’avidità di potenza e dai poteri forti sia privati che pubblici.

Non si può star zitti. La legalità garantisce il bene comune. Certe scorciatoie, certe deviazioni, certi clientelismi, infrazioni e raccomandazioni, piccole o grandi che siano, minacciano le regole di convivenza di una società sana e, a lungo andare, finiscono per costare un prezzo altissimo: la libertà delle persone e la democrazia. Tacere o minimizzare l’impatto di certi fenomeni illegali, veri atti criminali, non aiuta a capire fino in fondo le cause strutturali dell’impoverimento di intere popolazioni, la cui colpa principale è di vivere in territori ricchi in risorse naturali, oggetto prediletto degli appetiti dei potenti del mondo.

Non bastano le proteste, non ci si può fermare alle denunce: le parole devono essere confermate da fatti concreti, da azioni e scelte coerenti. L’etica non va semplicemente trasmessa, va anzitutto praticata, a livello micro e macro. La trasparenza, il rispetto delle regole e la coerenza sono antidoti alla diffusa illegalità. Nessuno deve essere messo da parte dal prepotente di turno o immolate sull’altare delle Borse e degli interessi di multinazionali o di “onorate società”.

La tutela della legalità chiama in causa la politica e la società civile. Non sfugge a nessuno quanto oggi sia forte il bisogno di coesione tra le istituzioni e i cittadini, di un nuovo Patto Sociale finalizzato a garantire il diritto ad una vita decente per tutti, un vivere insieme giusto e rispettoso dell’altro e della natura. Non si tratta di belle parole. Esse impongono responsabilità, azioni concrete, una grande mobilitazione cittadina collettiva, in particolare dei giovani, che per primi denunciano e rifiutano dinamiche mafiose e criminali (vedi Intervento 3 - Alleanza reggiana per una società senza mafie – primo esperimento in Italia).

Intervento n.3 - Alleanza reggiana per una società senza mafie

a cura di Elisabetta Angelucci

A Reggio Emilia, a partire dal 2011, la società civile ha riunito attorno allo stesso tavolo istituzioni, categorie sociali ed economiche, sindacati, mondo cooperativo, ordini professionali, associazioni di cittadini, realtà giovanili e del mondo cattolico allo scopo di promuovere insieme, a vari livelli, azioni mirate a contrastare le infiltrazioni mafiose nel territorio, con un monitoraggio periodico dell’efficacia di tali azioni.

Nasce così l’Alleanza reggiana per una società senza mafie, una realtà giovane ma che sta crescendo - ad oggi hanno aderito 83 enti - . Ha bisogno di svilupparsi, consolidarsi, ma le radici sono buone perché attingono al Sud del Paese. Questo lavoro, infatti, è nato dietro l’impulso di quanti contrastano nel Sud le mafie, lavorando in rete con cittadini che amano la loro terra e contribuiscono a far capire quanto il fenomeno mafioso non sia una “questione meridionale”, ad aprire gli occhi sul territorio del Nord, per riconoscere i segnali delle infiltrazioni mafiose in vari settori del tessuto sociale ed economico.

Con questo patto della legalità, i cittadini non intendono sostituirsi ma affiancarsi a chi, già di ruolo, contrasta il fenomeno (forze dell’ordine, istituzioni, magistratura). Come insegnavano Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, la lotta alla mafia deve essere anzitutto un fenomeno culturale e per questo tra i primi obiettivi dell’Alleanza vi è quello di promuovere nuove azioni di sensibilizzazione mirata. Ciascuno può fare la propria parte, nel suo ruolo, nella sua professione, nell’ambiente in cui vive e lavora, vigilando e informandosi.

Non c'è scusa per quelle e quelli che – imprenditori, ministri, sindaci, dirigenti politici regionali, dirigenti di grandi enti pubblici, operatori del mondo dello spettacolo e dello sport – lungi dal combattere la criminalità finanziaria l’hanno “protetta” e hanno, al contrario, criminalizzato gli impoveriti, gli emigrati, i diversi da noi. La loro responsabilità deve essere messa in luce.

* * *

Questa prima parte ci ha insegnato che gli illegali, i criminali, non sono i poveri. I responsabili reali ed effettivi della povertà e dell'impoverimento si trovano nelle istituzioni (pubbliche e private) e nelle organizzazioni economiche (comprese le università) che si sono messe al servizio degli interessi dei poteri forti privati mondiali. È uno scandalo che i loro dirigenti, pur essendo responsabili delle situazioni descritte, non abbiano dovuto rendere conto a nessuno o siano stati prosciolti da ogni responsabilità diretta personale. La giustizia deve diventare uguale per tutti.

Nel 2012, cento persone, i primi miliardari in $ al mondo, posseggono a titolo personale una fortuna totale di 1.427 miliardi, superiore quasi 5 volte al reddito totale annuale di 920 milioni di esseri umani considerati poveri assoluti.

(Fonte: a partire dalla lista Forbes dei miliardari mondiali)

SECONDA PARTE - LE POLITICHE DI RIDUZIONE E DI ELIMINAZIONE DELLA POVERTÀ

Di fronte alla permanenza della povertà nel mondo, le classi dirigenti dei paesi “ricchi” hanno tentato di alleviare la situazione con delle politiche dette di riduzione e/o di eliminazione della povertà. Non essendo l'analisi delle politiche nazionali l’obiettivo di questo lavoro, salvo per quanto riguarda l’Italia, ci soffermeremo sulle politiche mondiali (in particolare dell’ONU e della Banca Mondiale…). Gli aspetti strettamente italiani nel contesto delle politiche dell'Unione Europea saranno esaminati nella terza parte, quella propositiva.

Un filo conduttore comune ha guidato le azioni di lotta contro la povertà da parte dei gruppi al potere: la crescita economica/lo sviluppo economico. Secondo loro, ancora oggi, il mezzo più efficace per lottare contro la povertà è far crescere la ricchezza. Come precisato all’inizio, la realtà dimostra che non sono solo le società dette “povere” che creano impoverimento, ma anche le società dette “ricche”. L’elemento discriminante è costituito dalla coppia ineguaglianza/ingiustizia: le società ingiuste (“ricche” o “povere” che siano) creano povertà. I processi d’impoverimento non avvengono in società giuste.

A partire dalla fine della decolonizzazione, si possono distinguere tre fasi principali:

  • la fase delle politiche fondate su “ l’aiuto allo sviluppo” (tra metà degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Novanta);
  • la fase delle politiche fondate su „lo sviluppo sostenibile” nel contesto della “globalizzazione dell’economia” (tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del 2000);
  • la fase delle politiche fondate sul nuovo paradigma della “crescita verde” (dal 2000 ad oggi).

Il concetto di crescita economica/sviluppo è alla base e al centro delle scelte strategiche e operative in materia di povertà, in certi casi anche in ambienti diversi dai gruppi dominanti. Per quanto non sia possibile assimilare “crescita economica” e “sviluppo economico”, i gruppi dominanti hanno deliberatamente usato il concetto di crescita come sinonimo di sviluppo, mescolando in un magma confuso concetti molto diversi tra loro quali crescita economica, sviluppo economico, crescita sostenibile, sviluppo sostenibile, crescita qualitativa, sviluppo umano, crescita della ricchezza, sviluppo sociale. Non c'è sviluppo sociale ed umano senza crescita economica, hanno sostenuto. Questo postulato è stato e resta il dogma alla base delle politiche per la ricchezza e contro la povertà degli ultimi 50 anni.

Nella prima sezione tratteremo delle due strategie che hanno dominato fino agli inizi del 2000. Nella seconda sezione analizzeremo la strategie oggi in atto. Nella terza sezione cercheremo di presentare le strategie alternative proposte finora, centrate essenzialmente sul reddito e la sua redistribuzione ma anche, negli anni più recenti, sul modo di vita e nuove forme di produzione e di consumo (decrescita, altroconsumo, bioagricoltura, economia locale, soluzioni comunitarie, altrafinanza, nuovo cooperativismo…).

1. Il fallimento

La prima formulazione più o meno sistematica di una politica “per” la riduzione e/o l’eliminazione della povertà è legata ai processi di decolonizzazione. Per una ventina d’anni, essa è stata dominata dall’opposizione “capitalismo/comunismo”, Est/Ovest. La “guerra fredda” tra le due grandi potenze imperiali (USA e URSS) in lotta per il controllo egemonico del mondo ha letteralmente contaminato il senso e le concretizzazioni delle misure anti-povertà.

La decolonizzazione si chiude verso la fine anni ’60 ed inizio anni ’70. Il sistema finanziario occidentale entra in crisi nel 1971-73. Negli stessi anni, il sistema “sovietico” è vecchio e anchilosato. E’ in questo periodo che nel 1974 “gli sviluppati” del mondo occidentale lanciarono, su proposta della Banca Mondiale, la strategia della “Povertà zero al 2000”, centrata sulla politica dell’aiuto allo sviluppo.

La strategia 1974 della “Povertà zero al 2000” centrata su l’aiuto allo sviluppo

“Povertà zero al 2000” è fondata sull’idea, promossa dagli economisti e dirigenti dell’UNDP, Banca Mondiale e OCSE, che se i paesi ricchi avessero allocato lo 0,7% del loro PIL in aiuti pubblici allo sviluppo dei paesi definiti, per l’occasione, “in via di sviluppo”, si sarebbe potuto eliminare nel 2000 la povertà assoluta.

L’aiuto allo sviluppo (“crescita economica”) è stato concepito come lo strumento migliore per i paesi “ricchi” per raggiungere l’obiettivo della riduzione della povertà nel mondo e scongiurare così, rivolte popolari, focolai di guerre, conflitti e soprattutto, “rivoluzioni comuniste”. Per molti versi, è stata la risposta più facile delle antiche potenze coloniali del “Nord” alle necessità di riorganizzare e governare il Pianeta nell’era della post-decolonizzazione. Le ex-potenze coloniali si sono assunte il compito di aiutare le loro ex-colonie ad “uscire” dallo stato di “sottosviluppo”. Così, l’aiuto allo sviluppo è stato presentato nell’immaginario collettivo, al Nord come al Sud del mondo, come un “mito buono”: quello della volontà dei paesi del Nord di favorire i paesi (definiti dal Nord) “sottosviluppati” ad entrare nel mondo dello sviluppo. Un “mito”, all'epoca, destinato anche a cercare di far dimenticare la guerra del Vietnam. Non a caso sono gli anni in cui il presidente degli USA di allora, Lyndon Johnson, lancia il suo “programma” “The Great Sociaity” e parla della necessità di un “Nuovo Ordine Economico Internazionale”. Un mito falso, però, subito denunciato al Nord come al Sud da molti analisti e personalità di grande rilievo storico, culturale e scientifico. Ci sono voluti, però, più di venti anni perché il “mito buono” crollasse di fronte all’evidenza dei fatti.

L’aiuto del Nord (detto anche “assistenza”), su basi bilaterali e/o multilaterali, è stato, per decenni, un aiuto “condizionato” (in inglese “tied aid”), cioè legato e subordinato agli interessi particolari dei paesi, delle agenzie e dei soggetti “donatori”. “Ti do del denaro per sviluppare una rete di ospedali a condizione però che i tecnici, i medici, le imprese di costruzione, le macchine e gli strumenti di analisi, di ricerca, etc., siano del mio paese”. Lo stesso è successo per le strade, le ferrovie, gli acquedotti, i ponti, le case… L’aiuto non è andato ai paesi più poveri o bisognosi, ma ai paesi che appoggiavano le priorità della politica estera dei paesi donatori. In molti casi, il paese donatore non ha esitato a “staccare il filo” quando il paese aiutato si è discostato da un chiaro allineamento sulla sua politica estera.

In secondo luogo, ad eccezione fino ad oggi dei paesi scandinavi, del Canada e della Nuova Zelanda (fino ad alcuni anni fa), i paesi ricchi non hanno mantenuto il livello d’impegno (0,7% del PIL). Tra il 1975 ed il 2000 l’allocazione media è stata dello 0,23% del PIL - tre volte di meno - con punte dell’0,11% per il paese più “ricco” (gli USA). Nel solo 2006, l’allocazione media è stata di 0,31%, la differenza con lo 0,7% si è tradotta in un non trasferimento pari a 134 miliardi di $.

Infine, le condizioni poste in termini di liberalizzazione, deregolamentazione e privatizzazione per l’ottenimento degli aiuti da parte della Banca Mondiale e dei programmi “amministrati” dalle varie agenzie dell’ONU, sono state tali che esse:

  • hanno ristabilito su basi “nuove” la grande dipendenza dei paesi aiutati dai poteri forti dei paesi del Nord, e
  • hanno permesso che la produzione di ricchezza locale andasse essenzialmente a favore delle imprese e dei soggetti finanziari esterni e ai gruppi sociali locali già privilegiati, aumentando così le ineguaglianze economiche e sociali tra e all’interno dei paesi.

Per queste ragioni, la strategia dell’aiuto allo sviluppo è miserevolmente fallita. Nel 2000, la povertà assoluta contava 1 miliardo e 300 milioni di esseri umani, quella relativa 2,8 miliardi di individui! Un fallimento senza mezzi termini.

L’ampiezza e la gravità del fallimento non hanno tuttavia indotto le classi dirigenti ad abbandonare la loro credenza dogmatica nella crescita economica secondo i loro principi e le loro scelte. Nel 1995, alla conferenza mondiale dell’ONU a Copenaghen sulla povertà e l’esclusione sociale, la comunità internazionale ha confermato le scelte del 1974, ridimensionandone però “le ambizioni”. La Banca Mondiale, l’ONU ed i governi degli Stati più potenti del mondo hanno rimpiazzato l’obiettivo dell’eliminazione totale della povertà assoluta con quello della riduzione per metà al 2015 del numero di persone in stato di povertà assoluta. La nuova “ambizione” é stata ufficializzata al Vertice Mondiale dell’ONU sul Millennio a New York del 2000 e figura al primo posto degli otto Obiettivi dello Sviluppo per il Millennio OSM (nel gergo onusiano “MDGs”) (vedi Gli Obiettivi delle Sviluppo del Millennio ). L’impegno dello 0,7% è stato riaffermato.

Gli Obiettivi dello Sviluppo del Millennio

  • 1. Sradicare la povertà estrema e la fame
  • 2. Accesso universale all'istruzione primaria
  • 3. Promuovere la parità di genere e potenziamento delle donne
  • 4. Riduzione dei tassi di mortalità infantile
  • 5. Migliorare la salute delle madri
  • 6. Lotta contro l'HIV/AIDS, la malaria e altre malattie
  • 7. Garantire la sostenibilità ambientale
  • 8. Sviluppare un partenariato globale per lo sviluppo

La strategia 1995 - "Dimezzare la povertà assoluta al 2015" centrata sullo “sviluppo sostenibile”

Per quanto il primo obiettivo sia sempre formulato in termini di “sradicare“ la povertà estrema e la fame, si tratta di una pura mistificazione. In realtà, le Nazioni Unite parlano di „riduzione“ per metà del numero delle persone viventi al di sotto della soglia di povertà. Il che significa che i dominanti consideravano che il fatto di giungere al 2015 con 650/700 milioni di esseri umani in stato di povertà assoluta/estrema e più di 2 miliardi di poveri „relativi“. Sarebbe stato un progresso enorme, ambizioso. I dominanti hanno optato in favore della strategia della riduzione principalmente per due ragioni. Da un lato, perché non hanno mai creduto realmente nella possibilità di sradicare la povertà non essendo disposti, a tal fine, ad adottare le misure radicali necessarie per il cambiamento rivelandosi queste oggettivamente contrarie ai loro interessi, poteri e privilegi. Hanno così messo fine ad una chiara mistificazione. Dall'altro, hanno approfittato del fallimento per scaricare sulle popolazioni impoverite la responsabilità della soluzione affermando che la povertà è una questione dei poveri e che l'„uscita“ dalla povertà dipende largamente da loro. Così, per esempio, hanno stabilito che una delle priorità principali dell'obiettivo 7 è dimezzare al 2015 il numero delle persone non aventi accesso all'acqua potabile ed ai servizi sanitari ed hanno adottato due „nuovi“ principi guida generali per lo „sviluppo del Millennio“:

  • a) l’empowerement (“la capacitazione”)
  • b) lo sviluppo sostenibile.

a) l'empowerment (“la capacitazione”)

Fra tante persone, organizzazioni ed associazioni impegnate da decenni nella lotta contro la povertà, una menzione particolare merita Amartya Sen, indiano, professore alla Harvard University e Premio nobel dell’economia nel 1998. Si deve in parte ad Amantya Sen, consigliere speciale dell’ONU in materia di “sviluppo umano”, l’idea che occorra cessare di pensare allo sviluppo in termini di crescita economica e che sia urgente abbandonare la strategia dell’aiuto ai paesi poveri. Per Sen, lo sviluppo economico non coincide più con un aumento del reddito ma con un aumento della qualità della vita. Lo sradicamento effettivo della povertà passa attraverso politiche di creazione delle condizioni necessarie a promuovere (“capacitare”, appunto) le capacità proprie agli abitanti dei vari paesi. In altri termini, se i paesi ricchi vogliono realmente raggiungere l’obiettivo di un mondo senza povertà occorre che essi adottino, nel contesto delle loro politiche di promozione dello sviluppo nel mondo, princìpi, misure e modalità tali da favorire la “capacitazione” delle popolazioni povere (in particolare delle donne e dei bambini), affinché diventino protagonisti autonomi e “capaci” di promuovere il proprio sviluppo e quello del loro paese. Da qui, la proposta dell'adozione di due nuovi strumenti di misura e di valutazione dello „sviluppo“, cioè l'ISU (Indicatore dello Sviluppo Umano) e l'IMP (Indicatore Multidimensionale della Povertà”)(vedi il riquadro Due strumenti interessanti).

Due strumenti interessanti (L’indice dello sviluppo umano e l'indice multidimensionale di povertà)

L'Indice di Sviluppo Umano (ISU), in inglese noto come Human Development Index (HDI), rileva i risultati medi conseguiti da un Paese riguardo a tre aspetti basilari dello sviluppo umano:

  • 1) una vita lunga e sana, misurata dall'aspettativa di vita alla nascita;
  • 2) l’accesso alla conoscenza, misurata dal tasso di alfabetizzazione degli adulti;
  • 3) condizioni di vita dignitose, misurate dal PIL pro capite in termini di dollari PPA (parità di potere d'acquisto).

L'ISU è stato messo a punto nel 1990 dall'economista pakistano Mahbub ul-Haq con il contributo, tra gli altri, di Amartya Sen).

A partire dal 1993 è stato utilizzato nei Rapporti sullo Sviluppo Umano (HDR - Human Development Report) del UNDP (United Nations Development Programme, Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite). Secondo il Rapporto per il 2010 (The Real Wealth of Nations: Pathways to Human Development) ai primi dieci posti figurano la Norvegia, la Nuova Zelanda, l’Australia, gli Stati Uniti d’America, l’Iranda, il Lichtenstein, i Paesi Bassi, il Canada, la Svezia e la Germania. L’Italia è al IV posto.

L’indice multidimensionale di povertà (MPI), attraverso l'uso di dieci indicatori, completa le misure della povertà basate sul reddito dando spazio ai fenomeni di privazione nei settori della salute, dell'educazione e degli standard di vita a livello delle famiglie.

Sen riprende le tesi di J. Rawls sulla giustizia sociale espandendole e, a nostro avviso, su certi punti importanti, migliorandole. È il caso della tesi sulle ineguaglianze economiche e sociali, che diventano accettabili solo se permangono anche dopo l'intervento della collettività mirante a creare le condizioni di uguale opportunità per tutti e ad impedire che altri traggano profitto dalle ineguaglianze esistenti. Amartya Sen va oltre e mostra che, per la giustizia sociale e per lottare contro la povertà, non è sufficiente garantire a tutti pari opportunità di partenza. C'è bisogno di estendere le capacità e gli attributi di responsabilità a tutte le fasi del vivere insieme e a tutti i livelli della società. Questo libererebbe le ineguaglianze da situazioni di esclusione e di rigetto e, quindi, di riproduzione delle ineguaglianze.

Il limite, a nostro avviso importante, delle tesi e delle proposte di Amartya Sen, fatte loro parzialmente dalle agenzie dell’ONU ed anche dalla Banca Mondiale, risiede nel fatto che la strategia dell’empowerment non mette in discussione i principi economici del sistema capitalista di mercato. Uno dei luoghi e dei meccanismi chiave dell’impoverimento è il mercato, „luogo“ e „meccanismo“ cui si attribuisce il potere di fissare il valore delle „cose“ e degli „esseri umani“. Ora, il mercato tende inesorabilmente a privilegiare le capacità e le funzioni che rafforzano il potere e gli interessi dei pochi, dei ricchi, dei forti. Inoltre, fondamentale è anche il principio dell'accumulazione privata della ricchezza. Per definizione, l'accumulazione privata è ineguale, escludente e predatrice. Pertanto, se i beni „comuni“ essenziali ed insostituibili per la vita ed il vivere insieme (ed i servizi corrispondenti) non sono esclusi dalla sfera del mercato e dai processi di accumulazione privata della ricchezza, è evidente che la strategia della capacitazione, anche se portata al massimo delle sue potenzialità, è destinata a infrangersi contro logiche più potenti e muri invalicabili, come è successo anche negli ultimi 15 anni.

b) lo sviluppo sostenibile

Il secondo principio guida alla base della strategia contro la povertà nel contesto degli “Obiettivi dello Sviluppo per il Millennio” è “lo sviluppo sostenibile”, nell’accezione che si è imposta nel corso degli anni ’90 sotto una pressione fortissima ed efficace del mondo del business e della finanza.

All’origine, il concetto di sviluppo sostenibile fu duramente criticato e rigettato dal mondo delle imprese, perché accusato di veicolare una visione “naturalista” e “conservatrice” della natura e, come tale, retrograda rispetto ai princìpi della crescita economica. Secondo il rapporto del 1987 su “Lo sviluppo sostenibile„ della Commissione Brundtland costituita dall’ONU, lo “sviluppo sostenibile” costituisce una rottura importante rispetto ai principi e gli obiettivi dello sviluppo/crescita economica “non sostenibili” del passato, sotto tre aspetti. I limiti, anzitutto. Il „principio di sostenibilità“ si fonda sul concetto dell'inevitabilità di limiti (non solo fisico-naturali) alla „crescita“ indefinita, incontrollata e predatrice della produzione e del consumo di „cose“. La responsabilità collettiva, inoltre. La sostenibilità afferma che siamo tutti, individualmente e collettivamente, responsabili del governo dello „sviluppo“ del „benessere“ per tutti nel rispetto dei diritti e dei doveri comuni e collettivi. La partecipazione, infine. Non v'è „sviluppo sostenibile“, secondo le analisi della Commissione Brundtland, in assenza di una effettiva e reale partecipazione di cittadini ai processi decisionali ed alle responsabilità di gestione. Tre aspetti la cui osservanza richiede dei cambiamenti di rotta strutturali rispetto al sistema capitalista di mercato. Evidentemente questa visione non corrispondeva a quella delle imprese private. La pressione sui poteri pubblici e sulla politica, così come sulle università, i sindacati e l’opinione pubblica in generale, è stata massiccia, grazie anche ad una efficace politica di comunicazione e di pubblicità. Cinque anni dopo, al primo Vertice Mondiale della Terra del 1992 a Rio de Janeiro, il mondo del business e della finanza è riuscito ad orientare la concezione dello sviluppo sostenibile in un senso non opposto alla crescita e, tra il 1992 e il 1997, ad ottenere il riconoscimento che la crescita economica ed il rispetto dei criteri economici e finanziari sono pregiudiziali affinché vi possa essere sviluppo sostenibile. A questo riguardo, un ruolo importante é stato svolto dal World Business Council for Sustainable Development, diventato uno dei maggiori gruppi di lobbying ambientalista per conto delle grandi imprese “industriali” e finanziarie mondiali. Già nel 1993, per “sviluppo sostenibile”, i dirigenti del WBCSD intendevano “un nuovo sviluppo capace di continuare a far crescere il valore del capitale con minore impatto sull’ambiente”.

I risultati non si sono fatti attendere. In occasione dell’approvazione del Protocollo di Kyoto nel 1997 sull’accordo relativo alla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, il principio divenne: non c'è nessuna opposizione tra crescita economica e sviluppo sostenibile, tra sviluppo sostenibile ed efficacia finanziaria, tra sviluppo sostenibile e meccanismi di mercato. Anzi, i meccanismi di mercato, i dispositivi e gli strumenti della finanza privata, la crescita economica sono alla base dello sviluppo sostenibile!

In dieci anni si è imposta la visione che afferma che tra i tre macro-sistemi/pilastri dello sviluppo sostenibile c'è un’asimmetria, a tutto vantaggio dell’economia: la giustizia sociale non può mettere a rischio l’efficacia economica e lo stesso vale per gli imperativi ambientali. Gli imperativi economici, invece, possono far modificare quelli ambientali e, soprattutto, quelli sociali. Nel 2002 a Johannesburg e nel 2003 a Monterrey ulteriori “passi avanti” sono stati fatti in favore delle concezioni del mondo del business con:

  • - l’adozione del principio della monetizzazione della natura (acqua compresa). La monetizzazione è considerata necessaria ed urgente se si vuole possedere uno strumento efficace di misura del valore dei servizi “eco-sistemici” prodotti dalla natura e, quindi, permettere alla finanza di meglio orientare le scelte degli investitori;
  • - l’adeguamento ai meccanismi dei mercati finanziari attuali dei dispositivi internazionali di finanziamento delle azioni di lotta contro la deforestazione, la desertificazione, la diminuzione della biodiversità, la rarefazione dell’acqua, la povertà, etc. Si tratta di quello che è stato chiamato “Monterrey Consensus”. I poteri pubblici (Banca Mondiale, in particolare) assecondano tali dispositivi con i fondi di “aiuto allo sviluppo”.

In queste condizioni, è diventato evidente, all’avviso di molti osservatori, che gli Obiettivi del Millennio, in particolare quelli relativi alla povertà assoluta e all’accesso all’acqua, non sarebbero stati realizzati.

Nel 2005, in occasione del primo incontro mondiale dell’ONU sullo stato di realizzazione degli Obiettivi, circa 1.700 ONG del mondo intero lanciarono un appello alla mobilitazione al grido “No excuse” (“Nessuna scusa per non ottemperare agli impegni presi”)! Nell’ultima valutazione disponibile, il Millennium Development Goals Report 2010, le Nazioni Unite hanno cercato di presentare un bilancio più positivo basandosi sul fatto che la povertà assoluta nel mondo è caduta nel 2010 al di sotto dei 700 milioni rispetto alla cifra del 2000. Come precisato dalla Banca Mondiale, la forte riduzione è dovuta, quasi esclusivamente, alla caduta considerevole del livello di povertà in Cina la quale, secondo i dati del governo cinese, tra il 1990 ed il 2005 avrebbe visto “uscire” dalla povertà più di 600 milioni dei suoi abitanti. Non disponiamo di elementi conoscitivi per mettere in dubbio le statistiche del governo cinese, ma attraverso altre fonti e altri dati in altri campi, la riduzione della povertà pare sopravvalutata. La stessa Banca mondiale, per “ovviare” a questa possibile “distorsione statistica”, presenta oramai le tabelle sulla riduzione della povertà nel mondo, con o senza la Cina. In quest’ultimo caso, la riduzione è stata solo del 10%. In generale, il tasso di povertà assoluta nel 2015 scenderebbe al 15%, il che significherebbe che ci sarebbero 920 milioni di persone sotto la linea di povertà: la metà del numero stimato nel 1990. I progressi, però, sottolinea il rapporto, sarebbero disuguali da una regione all’altra. In assenza di una spinta forte in avanti, molti MDGs rischiano di non essere raggiunti in diverse regioni. Le nuove sfide globali, tra le quali il cambio climatico ed i conflitti armati, rischiano di far saltare i progressi compiuti. La fame, l’acqua, la mortalità infantile, la popolazione delle baraccopoli restano dei problemi estremamente gravi. Nel documento finale del Secondo vertice mondiale dell’ONU sulla Terra, (“Rio+20”), approvato il 22 giugno 2012, si può leggere: „Riconosciamo che i progressi realizzati negli ultimi 20 anni sono stati ineguali anche per quanto riguarda lo sviluppo sostenibile e l'eliminazione della povertà. Insistiamo sulla necessità di perseguire la realizzazione degli impegni sottoscritti in precedenza“.

Alla luce degli effetti della crisi finanziaria globale in corso, tutti i problemi menzionati sono destinati a perdurare e/o ad aggravarsi. Il rapporto prevede che il tasso di povertà nel 2015 e fino al 2020 potrà essere leggermente più elevato di quanto previsto come obiettivo.

Questa è una tesi non condivisa da tutti. Per esempio, due economisti della Banca Mondiale, D. Dollar e A. Kraay, sostengono che l’ineguaglianza nel mondo è diminuita dal 1975 grazie alla crescita economica ed in particolare alla rapida crescita in India e in Cina: il che dimostrerebbe il vantaggio dei paesi che entrano nella globalizzazione (i cosiddetti „globalizers”) rispetto a coloro che vi resistono (i “nonglobalizers”). La fallacia dell'argomento dei due economisti è stata ben messa in evidenza da James K. Galbraith: “È incredibile sostenere che l’India, la Cina e il Vietnam dovrebbero costituire tre dei cinque esempi maggiori di successo della Globalizzazione. Il successo relativo dell’India iniziò negli anni Ottanta, grazie sia a un rigido controllo sui capitali sia a misure statali di sostegno di lungo periodo allo sviluppo che hanno protetto il paese dalle crisi del debito che hanno invece colpito l’America Latina e altri paesi. La Cina è cresciuta agli inizi sulla spinta di riforme agricole e in seguito grazie a un programma di industrializzazione finanziato soprattutto dal risparmio interno; tuttora il paese non ha liberalizzato il movimento dei capitali. La Cina e il Vietnam sono tuttora sotto il controllo dei loro partiti comunisti, il che significa che questi paesi non aderiscono in nessun modo al «Consenso di Washington»”.

Come si vede, il bilancio e le previsioni al 2015 sui risultati della strategia del dimezzamento sono oggetto di dispute e controversie. Si può, comunque, dire che:

  • a) non è possibile sostenere che il mondo abbia raggiunto l’obiettivo della diminuzione di metà del numero di persone in povertà assoluta, malgrado le cifre ufficiali della Cina. Secondo un recente studio pubblicato nel 2013 dall'OECD (OECD Insights) redatto da Jean-Yves Uiwart et Loic Verdier, “Economic Globalisation: Origin and Consequences“, i paesi più poveri nel 2011 erano ancor più poveri di quelli del 1980;
  • b) le ineguaglianze economiche sono generalmente aumentate tra paesi e all'interno dei paesi, salvo eccezioni quali il Brasile, la Bolivia, l'Ecuador, il Vietnam. In effetti, secondo la rivista Forbes, il numero dei miliardari in $ nel mondo è passato da 1.125 nel 2008 a 1.153 nel 2012. Secondo i rapidi calcoli da noi fatti, cento persone (i primi miliardari della lista Forbes) posseggono a titolo personale una fortuna pari a 1.427 miliardi, quasi superiore di 5 volte al reddito globale annuo disponibile di 920 milioni di esseri umani. Questi 100 miliardari hanno visto la loro ricchezza aumentare nel 2012 di 240 miliardi, 2,4 miliardi in media a persona, pari al reddito complessivo annuale di 5,5 milioni di persone al di sotto della soglia della povertà assoluta!

La strategia della globalizzazione 1974-2012. Il fallimento di una società centrata sulla conquista e il dominio

L’analisi delle “fabbriche dell’impoverimento” ha fatto emergere i motori propulsori della “fabbricazione” della povertà: *

  • accettazione dell’ineguaglianza e dell’ingiustizia come “fatti naturali”;
  • rigetto dei più deboli, degli “altri”;
  • primato dell’arricchimento individuale e spoliazione dei beni comuni pubblici;
  • buonismo e tendenza al “caritatismo”;
  • culto del fatalismo e adattamento all’impotenza (non cambiamento);
  • sottomissione alle logiche finanziarie speculative.

L’esame del fallimento delle soluzioni ha messo in evidenza il ruolo di altri fattori chiave quali: il culto della crescita economica come il fine maggiore delle società umane;

  • l’ipocrisia strumentale della politica dell’aiuto;
  • la sussidiarietà e la secondarietà della lotta contro la povertà,
  • rispetto alle politiche per la crescita/lo sviluppo;
  • i limiti delle nuove teorie sulla giustizia sociale centrate sulla capacitazione;
  • la fagocitazione e perversione dei principi dello sviluppo sostenibile ad opera delle imprese multinazionali, in alleanza con i poteri pubblici nazionali ed internazionali.

Questa lunga serie di fattori e cause conferma in maniera lucida che la povertà e l’impoverimento “sono nelle nostre teste”, nella nostra “maniera di vedere” la vita, il mondo, la natura e, soprattutto, l’altro. “Lo sguardo” con il quale “vediamo l’altro” è la grande madre dell’impoverimento. Tutto dipende dal racconto (“la narrazione”) che noi facciamo del mondo.

Negli ultimi 40 anni, la narrazione principale è stata quella della globalizzazione strettamente legata al racconto della nuova fase dello sviluppo delle società umane fondata sulle rivoluzioni scientifiche e tecnologiche nel campo dell’informazione/comunicazione, del vivente, dell’energia e dei materiali.

Le attuali “fabbriche” dell’impoverimento fanno parte di un vasto sistema di relazioni nazionali, internazionali e mondiali tra soggetti ed istituzioni del mondo dell’economia, della politica, dei mass-media, dell’educazione, dei valori e della cultura, della scienza e della tecnologia cui è stato dato il nome “Globalizzazione”.

La Globalizzazione è entrata nell’immaginario e nel linguaggio delle nostre società occidentali e poi del mondo come se fosse un „fatto naturale, come la pioggia, “cascata dal cielo”. Per anni ci è stato detto - obbligandoci a credere - che la Globalizzazione (senza ulteriori specificazioni) è figlia della conoscenza, dei saperi sempre più complessi e delle tecnologie sempre più potenti che hanno fatto saltare i limiti dello spazio (niente più frontiere, “one world”: un solo pianeta, una sola Terra) e del tempo (“instant communication”, “instant finance”, “on real time”, “just in time”).

La Globalizzazione è stata proclamata un processo “naturale” dell’evoluzione della storia umana, inevitabile, cui nessuno può resistere né andare contro. Tutti devono adattarsi alla Globalizzazione e diventare essi stessi Globali. Non c'è crescita, sviluppo, progresso, fuori della Globalizzazione.

Queste e tante altre tesi, concezioni e prescrizioni sono state le litanie della Globalizzazione predicate da milioni di sacerdoti, anche in Italia, managers in prima linea delle fabbriche dell’impoverimento. Piano piano, troppo piano a nostro avviso, è diventato però evidente che “i sacerdoti” della Globalizzazione hanno parlato e continuano a parlare di globalizzazione pensando unicamente alla globalizzazione delle imprese, delle merci, dei mercati, della finanza, della tecnologia, dei servizi, delle comunicazioni, dei trasporti aerei e marittimi, delle banche, della pubblicità, dell’informatica, dei containers, delle università; in breve, pensano unicamente alla globalizzazione del sistema economico del mondo occidentale nella variante neoliberista del capitalismo finanziario di mercato. Nella loro visione non c'è posto, anzi, sono fortemente contrari ad immaginare la globalizzazione delle regole politiche (creazione di forme di governo mondiale cooperativo e democratico) che darebbero vita a sistemi globali di autorità pubbliche nel campo della finanza, del commercio e dei mercati globali (per esempio dei medicinali). Vedono anche con cattivo occhio l’adozione di regole sociali tipo “Welfare State” a scala mondiale. Considerano un “Welfare mondiale” come un’aberrazione. Hanno in orrore la globalizzazione di poteri pubblici di salvaguardia, controllo e sanzione in materia di diritti umani, sociali e di cittadinanza (salvo quello del diritto di proprietà privata e dei diritti d'impresa). Sono profondamente scettici sulla possibilità della globalizzazione del governo pubblico degli oceani, delle foreste, del capitale biotico, della memoria, della sicurezza alimentare ed idrica, e della globalizzazione dei processi di partecipazione dei cittadini al governo del “one world”. Per loro, l'unica globalizzazione politica pubblica che conta è la governance economica mondiale, secondo i principi del capitalismo globale.“Governing without governments” è il motto condiviso dai “padroni” delle fabbriche della ricchezza inuguale, ingiusta e predatrice.

Per i turiferari della Globalizzazione, la liberazione dai vincoli di tempo e di spazio rappresenta un’enorme opportunità per la concezione, produzione e consumo di nuovi prodotti, servizi e processi produttivi capaci di generare una nuova creazione ed accumulazione di ricchezza. L’opinione espressa negli anni ’90 da Percy Barnevik, all’epoca uno dei più apprezzati e famosi “capitani multinazionali” (in particolare del colosso svizzero–svedese Asea Brown Boveri -ABB), dice chiaramente cosa era e doveva essere la Globalizzazione secondo la narrazione dei gruppi dominanti. “Per me, affermò Barnevik, la globalizzazione è la libertà per il mio Gruppo di produrre e vendere dappertutto nel mondo i beni che vogliamo, utilizzando le risorse disponibili nei vari paesi al minor costo, quando vogliamo, per chi vogliamo, ai prezzi che consideriamo redditizi, con il minor livello possibile di vincoli sociali”. Una vera e propria dichiarazione di “diritto di conquista e di sfruttamento” delle risorse del Pianeta e delle opportunità umane e tecniche. Una cultura di conquista e di dominio che ha consentito a Monsanto di diventare in 40 anni proprietaria dell’82% dei brevetti accordati sul vivente, e che ispira tuttora le strategie d’investimento delle grandi corporations secondo il famoso precetto del Boston Consulting Group: “be n.1 in your business. If you are n.2 try to become n1. If you don’t succeed quit the market”. Questa è stata e resta la concezione della globalizzazione largamente condivisa dalla stragrande maggioranza dei dirigenti delle grandi imprese (si pensi al presidente della Nestlè Peter Brabeck), ma un pò meno dagli imprenditori di piccole e medie imprese. Ad essa hanno aderito una buona maggioranza di responsabili politici nazionali ed internazionali.

Ad oggi, la globalizzazione alla Barnevik e alla Brabeck si è imposta. La grande maggioranza dei governi (Cina ed India compresi) crede e si sottomette al primato “politico” dei mercati su cui impera la “libera finanza mondiale”. In quarant’anni di regime essa ha prodotto e rinforzato divisioni, segmentazioni e recinti che oggi delimitano i luoghi e gli spazi “privati” delle nuove ricchezze e dei nuovi privilegi, con la conseguente espulsione ed esclusione degli altri, i perdenti, i non competitivi, i già impoveriti, i senza qualificazioni. Ha intensificato lo sfruttamento di coloro che restano nei recinti, nuovi “schiavi della ricchezza globale”. La già menzionata globalizzazione delle delocalizzazioni delle attività produttive nei luoghi dove il lavoro umano “costa” poco per il capitale e dove le risorse del pianeta possono essere sfruttate senza troppi vincoli ambientali e sociali, è una delle forme più visibili della costruzione di una “nuova” apartheid globale. Questo ha trasformato „la società dei due terzi“, come fu definita la società dello Stato del welfare (dove gli esclusi, i poveri, erano un terzo), nella „società di un sesto“, dove tra il 16 ed il 18% della popolazione mondiale possiede e consuma circa l'80% della „ricchezza“ mondiale.

La Globalizzazione ha cambiato la direzione dello sviluppo economico del mondo. Grazie allo smantellamento della società del welfare ed alle politiche della Globalizzazione (aggiustamenti strutturali, gestione del debito estero, liberalizzazione del commercio mondiale, crisi finanziarie, ecc.), portate avanti dai suoi soggetti istituzionali “pubblici” (quali l’OMC, il FMI la BM, l’OCSE, le Banche centrali), essa ha ristretto l’area dello sviluppo capitalistico – dei processi di accumulazione della ricchezza privata – ad un numero di zone e spazi privilegiati. L’esempio delle città globali e, al loro interno, delle “gated cities” è molto istruttivo. I processi di arricchimento avvengono su scala mondiale (predazione globale) ma la ricchezza appropriata si concentra nelle isole dell’arcipelago degli arricchiti.

La situazione mondiale sarebbe stata ancora peggiore se nel contempo:

  • non ci fossero state le lotte sostenute dalle organizzazioni della società civile in difesa dell’ambiente e dei diritti umani e sociali per tutti; in particolare per i gruppi di popolazione più colpiti;
  • non fosse intervenuto il rifiuto, da parte di paesi come la Cina, l'India, il Vietnam ed, in parte, il Brasile (al di là delle loro grandi contraddizioni) o come la Bolivia, l’Ecuador, il Venezuela, di sottomettersi alle ricette delle istituzioni della Globalizzazione. Le scelte di questi Stati di de-connettersi o restare autonomi dal sistema dell'apartheid globale della Globalizzazione non rappresentano il rigetto di processi d'internazionalizzazione e di cooperazione tra Stati, ma forme di apertura verso altri paesi e comunità di carattere non egemonico e predatorio.

A queste tendenze sono anche riconducibili i governi, i movimenti e le istituzioni, di cui parleremo nella sezione dedicata al “mondo delle alternative”, che lottano per difendere la vita sul pianeta Terra, i diritti umani e quelli delle comunità, i beni comuni, il vivere insieme. Il rispetto dell’altro.

L’adozione della Globalizzazione (economica), come quadro di riferimento inevitabile della storia delle società umane è stata un grande sbaglio delle classi dirigenti del mondo occidentale. Di fronte all’evidenza hanno poi cercato di correggere il tiro parlando di “eccessi della globalizzazione”, di “globalizzazione selvaggia”, ma anche di ‘globalizzazione buona”, “dal volto umano”, di “nuove regole della globalizzazione”. Molto è, purtroppo, pura retorica. In realtà, i gruppi dominanti continuano ad andare avanti secondo le loro linee e concezioni, come se nulla fosse accaduto.

Prova ne è la “’nuova strategia” di lotta contro la povertà centrata sulla “green economy”, la “crescita verde”. I gruppi dominanti hanno trovato “le nuove praterie” per il loro arricchimento.

2. Il rilancio: la crescita verde come condizione per l’eliminazione della povertà

Le „nuove“ praterie da dissodare non sono nuove: si tratta della Terra (in particolare il suo „capitale biotico“) e del lavoro umano (in particolare, il risparmio/moneta da reddito di lavoro). La novità sta nelle forme e nell'intensità del loro sfruttamento. Per quanto riguarda l’esproprio e lo sfruttamento delle risorse della Terra, ci riferiamo in particolare all'uso delle nuove tecnologie (energetiche, bio, dei materiali, nanotecnologie, dell’informazione e della comunicazione) per accaparrarsi a titolo privato della proprietà e del diritto esclusivo di uso di ogni forma di vita „naturale“ (si è così parlato di “capitalismo verde”) e dei nuovi meccanismi di mercato e finanziari (mercificazione e “monetizzazione“ della vita). Per quanto concerne lo sfruttamento del lavoro umano e la predazione del risparmio da redditi da lavoro pensiamo in particolare al nuovo paradigma „industriale“ della flessibilità e della precarietà del lavoro produttivo e dell’indebitamento crescente delle famiglie.

La cosiddetta “crescita verde” opera sulle due praterie facendo finanziare dai consumatori di massa gli enormi investimenti che saranno necessari nel corso dei prossimi 30-40 anni per realizzare la “transizione” verso un’economia “verde” (energie rinnovabili ed energie fossili dette “pulite”) e una nuova „crescita mondiale di lungo periodo“. Lungi dal pensare che debba essere il capitale a finanziare la nuova crescita, direttamente e/o attraverso le tasse sui redditi da capitale, i suoi propugnatori preferiscono finanziarla con il prelievo sui redditi da lavoro e, dunque, sulle famiglie e sui risparmiatori, attraverso il pagamento di un prezzo da parte dei consumatori dei “nuovi” prodotti e servizi.

Il paradigma della "crescita verde"

Di novità, come già detto, il paradigma della crescita verde ha solo l’aggettivo. La Globalizzazione è servita, per diversi anni, a mascherare la crisi profonda dell’economia capitalista lasciata sempre di più in balia della finanza mondiale speculativa e a dare l’impressione che la globalizzazione fosse la fonte di una nuova ondata di crescita economica mondiale. Gli anni ’90 hanno fatto cascare la maschera e le false illusioni. Il cambio climatico ha permesso, però, di continuare, a partire da fatti drammaticizzati e non a torto, ad alimentare l’illusione/mistificazione che il problema n°1 mondiale fosse l’inadeguatezza tra la domanda e l’offerta di energia buona per uno sviluppo sostenibile; che la “crescita verde” fosse soprattutto destinata a colmare il gap e, così, ad eliminare il tappo che, secondo i dominanti, impedisce all’economia mondiale, specie nei paesi “sviluppati”, di mantenere i ritmi di crescita “imposti” dall’aumento della popolazione, dalle esigenze della globalizzazione e dagli imperativi della sostenibilità.

I problemi e le sfide del cambio climatico, strategicamente “ridotti” alla questione della transizione verso un nuovo sistema energetico, hanno permesso alla “crescita verde” di “marginalizzare” le grandi criticità dell’economia mondiale che sono diventate la crisi dell’occupazione, il futuro del lavoro, la fine della bolla finanziaria e delle crisi finanziarie sempre più devastanti sul piano umano e sociale, l’indebolimento della classe operaia e dei contadini, l’impoverimento crescente di miliardi di esseri umani, l’esplosione delle baraccopoli, l’espulsione dei cittadini dagli affari della res publica e crisi della rappresentanza e della democrazia, l’indifferenza e la violenza crescenti nei rapporti tra le persone, i gruppi sociali, i popoli. Tutto questo è stato considerato secondario e subordinato al “primo imperativo assoluto” dell’agenda politica mondiale che sarebbe rappresentato dal “ritorno” alla crescita e dalla soluzione della questione energetica e dell’uso efficiente delle risorse del Pianeta. La “crescita verde” è diventata uno strumento di occultamento dei problemi politici, etici ed umani della fase storica attuale: una “grande mistificazione” della stessa natura di quella sulla guerra “venduta” come necessario strumento di prevenzione della pace.

Si è cominciato a parlare in maniera diffusa di “green economy” negli anni ’80 quando i concetti e le politiche legati allo “sviluppo sostenibile” cominciarono a far parte dell’agenda politica internazionale e nazionale. Ad essa fu legata la promessa di una nuova crescita mondiale “equa” e “sostenibile”. Molti accusarono la “green economy” di non essere altro che una forma di “green capitalism” e di fare soprattutto del “green washing” (ossia, il lavaggio dei panni sporchi) dell’economia capitalista e fossile. Tanti altri hanno cercato, con rigore ed entusiasmo, di dimostrare che, invece di parlare di “colori” (da anni ci sono anche coloro che predicano l’“economia blu” per dire più o meno le stesse cose), fosse necessario andare all’essenza dei problemi e parlare di “decrescita”. Essi hanno sostenuto l’urgenza di mettere fine alla crescita non sostenibile, ingiusta ed inuguale ed operare in favore di un nuovo modo non predatore di vivere e di vivere insieme.

Non c’è stato verso. Malgrado altre critiche severe, il più delle volte giustificate, la “crescita verde” basata sulla “economia verde” ha preso la leadership dell’immaginario politico mondiale dei dominanti a Johannesburg e a Monterrey. Grazie all’alleanza tra il mondo delle imprese e l’Onu (il Global Compact, il “Patto globale” firmato nel 2000), la “green economy” ha occupato a partire dal 2005-2006 il posto prioritario dell’agenda politica mondiale relativa al cambio climatico, alla transizione energetica e, in generale, alla problematica “salviamo il pianeta”. È stata, infine, consacrata al Secondo Vertice Mondiale della Terra dell’ONU “Rio+20” che si è tenuto a Rio de Janeiro dal 20 al 22 giugno del 2012 ed il cui tema centrale è stato “L’economia verde, nel contesto dello sviluppo sostenibile e dell’eliminazione della povertà!”.

Rio+20 e il ritorno alla crescita mondiale

Il documento finale di “Rio + 20” afferma tante cose sui rapporti tra economia verde, crescita e povertà, ma poco o nulla di nuovo. “Rio+20” è un esempio macroscopico della cultura e della pratica politica della ripetizione. A conclusione di mesi di lavoro e di trattative, decine di migliaia di esponenti politici, economici, sociali e scientifici potenti (perché riuniti in nome e in rappresentanza dei dirigenti del mondo intero) sono riusciti principalmente a produrre “il Digest delle ripetizioni”, ossia la continua ripetizione e riaffermazione autoreferenziali di princìpi e d’impegni già enunciati e presi più volte nel corso degli ultimi 15-20 anni. (vedi il quadro Rio+20 e la povertà. Le litanie della ripetizione).

Rio+20 e la povertà. Le litanie della ripetizione

L'eliminazione della povertà è la sfida più grande alla quale il mondo deve far fronte ed è una condizione indispensabile allo sviluppo sostenibile. Pertanto, siamo determinati a liberare d'urgenza l'uomo dalla fame e dalla povertà.

Affermiamo che l'eliminazione della povertà, l'abbandono dei modi di consumo e di produzione non sostenibili a vantaggio dei modi sostenibili, così come la protezione e la gestione delle risorse naturali sulle quali si fonda lo sviluppo economico e sociale, sono simultaneamente gli obiettivi primari e le condizioni indispensabili allo sviluppo sostenibile.

Riaffermiamo ugualmente che per realizzare lo sviluppo sostenibile bisogna incoraggiare una crescita economica sostenibile, equa e senza esclusioni; creare più possibilità per tutti; ridurre le ineguaglianze; migliorare le condizioni di vita di base; incoraggiare uno sviluppo sociale equo per tutti; e promuovere una gestione integrata e sostenibile delle risorse naturali e degli ecosistemi.

Riaffermiamo che è importante aiutare i paesi in via di sviluppo ad eliminare la povertà e a favorire l'autonomizzazione dei poveri e delle persone in situazione vulnerabile, attraverso, in particolare, l'eliminazione degli ostacoli ai quali essi si sono opposti e il rinforzo delle capacità di produzione, sviluppando l'agricoltura sostenibile e favorendo la piena occupazione e un lavoro decente per tutti, completati da politiche sociali efficaci compresa la realizzazione di reti di protezione. Insistiamo sul fatto che lo sviluppo sostenibile deve essere a beneficio di tutti.

Sottolineiamo che l'economia verde dovrebbe contribuire all'eliminazione della povertà e alla crescita economica sostenibile, a migliorare l'integrazione sociale e il benessere dell'umanità e creare delle possibilità di occupazione decente per tutti, preservando il buon funzionamento degli ecosistemi del pianeta. Affermiamo che le politiche di promozione di un'economia verde nel contesto dello sviluppo sostenibile e dell'eliminazione della povertà dovrebbero essere conformi ai Principi di Rio, all'Agenda 21e al Piano di implementazione di Johannesburg e ispirarsene.

Sul piano delle proposte, si ha l’impressione che il riferimento alla povertà faccia parte di un quadro di famiglia appeso da anni alla parete. “Rio + 20“ non avanza nessuna proposta “nuova”. Si accontenta di restare nel solco degli Obiettivi dello Sviluppo del Millennio. Nella sezione del “Quadro di azione” dedicata all’eliminazione della povertà figurano tre corti paragrafi (105-107) dal contenuto del tutto generico.

La novità è piuttosto negativa: con “Rio + 20” la comunità internazionale abbandona ogni velleità di definire ed approvare uno o più “accordi mondiali comuni” vincolanti. La realizzazione degli obiettivi è lasciata alla responsabilità degli Stati ed agli accordi tra Stati, imprese, Stati e imprese. Mai come prima la riaffermazione della sovranità e responsabilità degli Stati e della priorità accordata al metodo degli impegni presi su basi volontarie da ogni soggetto, da solo od in partenariato, è stata così netta. Ora, il secondo grande motivo per la tenuta di “Rio+20” era di esaminare il nuovo quadro istituzionale mondiale adatto alle evoluzioni del mondo, ai nuovi problemi mondiali ed alla capacità e volontà di risolverli. Dell’avviso degli stessi partecipanti, le due sole proposte sulle quali è stato possibile raggiungere un accordo sono: la costituzione di un’istanza politica di alto livello che a termine dovrebbe sostituire l’attuale organo delle Nazioni Unite incaricato di seguire lo sviluppo sostenibile; il rafforzamento del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) che, secondo gli auspici più modesti, sarebbe dovuto diventare da “Programma” ad “Agenzia” dell’ONU, cioè, quasi nulla.

Non si può pensare, a partire da queste basi, di disegnare ciò che dovrebbe essere l’architettura istituzionale politica mondiale adatta alla fase attuale della storia delle società umane. Si può fare di tutto per cercare di essere un pò ottimisti anche quando non c'è ragione per esserlo, ma non si può non denunciare la povertà politica dei dirigenti mondiali a questo riguardo.

Numerosi invece i riferimenti, i richiami, le proposte in favore di un partenariato tra poteri pubblici e settore privato (il cosiddetto PPP – Partenariato Pubblico Privato) sul modello, precisa il documento di Rio+20, del “Patto globale” del 2000. Un partenariato forte nel campo tecnologico e, soprattutto, nel campo finanziario, fondato sul postulato - caro ai poteri dominanti di oggi – per cui la finanza pubblica non è più in grado di assumersi l’onere degli investimenti indispensabili per raggiungere gli obiettivi dello sviluppo sostenibile e dell’eliminazione della povertà, ma che solo il settore privato può generare le risorse finanziarie necessarie. La fonte della ricchezza, dicono, è e deve essere il capitale privato! Per cui, secondo il PPP, il ruolo assegnato ai poteri pubblici è di garantire le condizioni appropriate perché il capitale privato sia incitato ad intervenire nel finanziamento dei “nuovi” prodotti e servizi dell’economia verde supposti generare la nuova crescita mondiale.

Il “Global Compact” è stato l’oggetto di severe e giustificate critiche da parte di molte ed importanti ONG e anche di alcuni Stati dell’America latina. Esso è stato denunciato come un patto asimmetrico operante su una crescente subordinazione dei poteri pubblici nazionali, grazie ai meccanismi ONU, alle esigenze, priorità e scelte delle grandi compagnie.

Un esempio emblematico di questa subordinazione è il problema dell’acqua, di cui tutti sappiamo l’importanza anche per la lotta contro la povertà e l’impoverimento. L’ONU “contiene” 22 agenzie che direttamente o indirettamente si occupano dell’acqua. Fra le altre, si notano le più importanti agenzie del sistema ONU quali la FAO, l’OMS, l’UNESCO, UN-Habitat, UNEP, UNDP. Ebbene, invece di essere l’ONU ad elaborare, proporre e gestire una politica mondiale dell’acqua, i dirigenti degli Stati favorevoli al PPP nell’acqua – di solito i promotori della mercificazione dell’acqua e della privatizzazione dei servizi idrici – hanno fatto approvare nel 2007 nel contesto del “Patto globale” la decisione di affidare il compito di proporre un “Piano mondiale dell’acqua” ad una ventina di leaders delle grandi imprese multinazionali produttrici ed utilizzatrici dell’acqua. Nel 2009 le imprese non riuscirono a mettersi d’accordo, ma a “Rio+20” il solo “prodotto” finale che tratta della politica dell’acqua (ai fini dell’economia verde nel contesto dell’eliminazione della povertà) è il documento programmatico sull’acqua redatto da 59 imprese private ed accolto con favore da parte del Vertice dell’ONU.

I risultati di “Rio+20” hanno dato ragione alle critiche e agli allarmi. Detto senza mezzi termini, è nostra opinione che qualora la situazione non dovesse mutare rapidamente, il Global Compact e l’ONU in generale rischiano di diventare la facciata decorosa di una grande mistificazione, un paravento dietro il quale il sistema economico di produzione e di consumo attuale, con la sua finanza e le sue tecnologie, intensificherà su scala mondiale la sua opera predatoria della Terra.

La "crescita verde". La triplice mistificazione sociale, occupazionale, ambientale

La mistificazione della crescita “sociale”

L'obiettivo dell'abolizione delle diseguaglianze sociali, causate dall'iniqua distribuzione dei redditi e della ricchezza, è patrimonio comune del pensiero socialista, liberale di matrice keynesiana e del pensiero sociale cristiano. Dentro questi paradigmi, la crescita economica è intesa come uno degli strumenti per riequilibrare gli squilibri esistenti e ristabilire, mediante il lavoro degnamente retribuito, una solidale ripartizione degli utili provenienti dalle attività economiche.

Si trattava e si tratta di ricongiungere gli obiettivi economici dell'impresa e della società con quelli sociali che l'economia di mercato capitalistica ha disgiunto. Su questa linea si sono mosse tra gli anni ’60 e ’80 sia le varie forme di welfare che hanno tentato di mettere al centro della società il Bene Comune e la gestione comunitaria dei beni comuni, sia le proposte di una nuova economia fondata sulla co-decisione, sulla democrazia economica e industriale, sull'impresa sociale e cooperativa.

Questi indirizzi sono stati travolti dalla Globalizzazione. Con la “crescita verde” si cerca di far passare una soluzione che lascia immutato il quadro istituzionale della società e dell'impresa. Il nodo gordiano della concentrazione del potere economico e politico nelle mani di soggetti finanziari, industriali e “culturali”, non più solo multinazionali ma “transnazionali”, non è affrontato.

La “gestione” dei problemi sociali è esternalizzata, affidata alla cura delle organizzazioni della società civile (Fondazioni, ONG, Associazioni, ecc.), con forme di controllo a posteriori mediante presunte “certificazioni” come il “bilancio sociale dell'impresa”, “il bilancio partecipato”, ecc. Certificazioni che, come avviene per le società di rating dei mercati finanziati, sono tutte rigorosamente collocate e controllate nei centri di potere dei gruppi dominanti (gli Stati Uniti nel caso delle società di rating). Un caso clamoroso in Italia è rappresentato dal numero crescente di “cooperative che, legalmente, gestiscono le “risorse umane” per conto delle imprese ma, di fatto, svolgono un ruolo comparabile a quello del caporalato nell’800 (vedi il quadro - La gestione esterna del lavoro da parte delle cooperative in Italia. Un'istituzione da mettere fuorilegge.)

La gestione esterna del lavoro da parte delle cooperative in Italia. Un’istituzione da mettere fuorilegge.

Non stiamo parlando delle cooperative sociali né di quelle del mondo formidabile della cooperazione. Ci riferiamo a quel fenomeno degenerativo fatto di tante piccole micro-realtà, diffuse sul territorio italiano, nate specialmente nel contesto e a causa delle politiche di smantellamento del welfare e dei diritti e di capovolgimento del ruolo del lavoro.

Queste cooperative, dallo statuto giuridico molto vago, al confine tra legalità e illegalità, non senza legami spesso con pratiche mafiose, sono diventate uno strumento ideale per l’asservimento dei lavoratori agli imperativi della flessibilità, precarietà e arricchimento del capitale finanziario. Esse nuocciono enormemente al sistema cooperativo ed al clima sociale.

Per maggiori informazioni: www.nuovocaporalato.it, articolo: „Cooperative e caporalato“; Ufficio Pastorale Migranti di Torino, articolo „Il nuovo caporalato delle “cooperative senza terra”: solo braccia“; Linkiesta, „Cinque euro l’ora, benvenuti nel caporalato al Nord“; www.rassegna.it: „Quanto il lavoro rende schiavi“.

“Rio+20” ha incoraggiato la spinta alla monetizzazione della vita, cioè di tutti i costi sociali ed ambientali delle attività economiche e non economiche, come base indispensabile per la promozione dell’economia verde. Così facendo, la nuova “crescita sociale” si traduce in un trasferimento ai sindacati, ai partiti e alle ONG che accettano (la maggior parte) di un “dividendo” dello sfruttamento e della rapina attuata ai danni dei cittadini e della natura. Così, abbigliata anche dei vestiti della “economia sociale di mercato”, l’economia verde si sta sviluppando sull’accettazione da parte dei più delle disuguaglianze e della concentrazione del potere e della ricchezza nelle mani delle transnazionali e di un pugno di straricchi. Concedendo piccoli spazi di distribuzione e di partecipazione, l’economia verde ottiene la complicità alla “governance dell'economia mondiale”, e la crescita “sociale” cade nella sua propria trappola, quella della competitività per la sopravvivenza e delle guerre per le risorse del pianeta (pensiamo alle “guerre dell’acqua”, alle “guerre per l’oro blu”!). E' bene richiamare quanto fondamentale sia, in ogni circostanza, il rifiuto della guerra (vedi Intervento 4: Povertà e guerra). Il grido della pace di cui Papa Francesco s’è fatto portavoce il 1° settembre 2013 è più che mai potente per quanto disperato.

Intervento 4: Povertà e guerra

di Alex Zanotelli, comboniano

Ritengo che non si possa affrontare il problema della povertà, o meglio dell’impoverimento, senza analizzare il pesante contributo degli investimenti in armi e delle guerre. Purtroppo se ne parla troppo poco, soprattutto nei media. Dobbiamo iniziare a prendere di petto questo aspetto fondamentale del nostro Sistema. Per rendercene conto basterebbe prendere i dati rilasciati, anno dopo anno, dal SIPRI, l’autorevole Istituto internazionale con sede a Stoccolma. Prendiamo i dati delle spese militari del 2011. Il SIPRI afferma che in quell’anno siano stati investiti, a livello mondiale, 1.740 miliardi di dollari. Questo equivale a 3,3 milioni di dollari al minuto, 198 milioni di dollari ogni ora, 4,7 miliardi di dollari al giorno. A fare da locomotiva della spesa militare sono ancora gli USA con 711 miliardi, equivalenti al 41% del totale mondiale. Il SIPRI non ci ha ancora dato le cifre del 2012. Anche il nostro paese è arrivato a cifre astronomiche per le armi. Il SIPRI afferma che nel 2010 l’Italia ha investito 27 miliardi di euro, pari a 38 miliardi di dollari. L’Italia quindi spende in armi, con denaro pubblico, oltre 50.000 euro al minuto, 3 milioni di euro all’ora, 76 milioni di euro al giorno. Se a questo aggiungiamo 15 miliardi di euro già stanziati dal Parlamento per l’acquisto di 90 cacciabombardieri F-35, arriviamo a 42 miliardi di euro, l’equivalente della manovra finanziaria del governo Monti “lacrime e sangue”, pagata dagli italiani, con tagli alla scuola, alla sanità, al terzo settore… E così buona parte del popolo italiano si va sempre più impoverendo.

A questo punto sorge spontanea una domanda: “Ma com’è possibile che i governi investano somme così ingenti in armi, in morte?”. Le armi servono e sono sempre servite per difendere chi ha da chi non ha. Un pensiero espresso così bene da Francesco d’Assisi, quando si spogliò nudo e restituì i bei vestiti che indossava a suo padre. Al vescovo d’Assisi, sbalordito per tale gesto, Francesco disse: “Padre, se io ho, devo avere le armi per difendere quello che ho!” Le armi servono oggi a proteggere lo stile di vita del 20% della popolazione mondiale che consuma da sola l’80% delle risorse del pianeta. Il che vuol dire che un miliardo di esseri umani, dei sette miliardi che popolano la Terra, consuma da solo buona parte delle risorse con uno stile di vita non sostenibile. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti: tre miliardi di persone vivono con 2,50 dollari pro capite al giorno e oltre un miliardo vive con 1,25 dollaro al giorno. Con i 1.740 miliardi di dollari che abbiamo investito nel 2011 in armi potremmo non solo risolvere il problema della fame e della povertà, ma potremmo trasformare il Pianeta in un paradiso terrestre. Ed invece continuiamo a investire in armi e a fare guerra. Infatti, la guerra è diventata una tale normalità da non fare quasi più impressione. Solo in questi ultimi vent’anni abbiamo partecipato e assistito alla Guerra del Golfo (1991), Somalia (1992-93), Bosnia-Erzegovina (1994-95), Congo (1996-98), Jugoslavia (1999), Afghanistan (2001), Iraq (2003), Libia (2011), Mali (2012-2013), e ora Siria. Milioni di morti! Solo la guerra in Congo ha fatto almeno quattro milioni di morti! Miliardi di dollari il costo di queste guerre. Solo la guerra in Iraq è costata almeno tremila miliardi di dollari, come afferma il premio Nobel dell’economia, J. Stiglitz, nel libro che porta il titolo The three trillion Dollar war. Guerre combattute per varie ragioni (dalla guerra umanitaria a quella contro il terrorismo), ma con un unico scopo: il controllo delle fonti energetiche e delle materie prime per permettere al 20% del mondo di continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità consumando l’80% delle risorse del pianeta. “Lo stile di vita del popolo americano - aveva detto il presidente Bush nel 1991 - non è negoziabile”. E se non è negoziabile, allora non rimane che armarsi fino ai denti, soprattutto con armi nucleari, e fare guerra. “Le armi nucleari proteggono i privilegi e lo sfruttamento - affermava negli anni ’80 il noto arcivescovo di Seattle, R. Hunthausen - . Rinunciare ad esse significherebbe che dobbiamo abbandonare il nostro potere economico sugli altri popoli. Abbandonare queste armi significherebbe abbandonare qualcosa di più dei nostri strumenti di tenore globale, significherebbe abbandonare le ragioni di tale tenore: il nostro posto privilegiato in questo mondo.”

La mistificazione della crescita occupazionale e del reddito

Crescita economica come sinonimo di occupazione è il mantra con il quale si cerca di ottenere il consenso dei lavoratori e dei sindacati a forme di sviluppo destinate invece a precarizzare il lavoro esistente e ad ostacolare o distruggere posti di lavoro che potrebbero essere creati con una diversa economia. Le politiche adottate negli ultimi due decenni in Europa “riformano” le politiche sociali e del lavoro unificandole mediante una crescita occupazionale particolare: senza lavoro, senza diritti, senza salario. La risposta data all'occupazione precaria e alla disoccupazione è quelle della non-occupazione attiva.

La sicurezza e la flessibilità sono stati obiettivi centrali nella costruzione dei sistemi di welfare europeo.

La sicurezza sul lavoro, del lavoro e del reddito ha costituito la base dei diritti dei lavoratori, sancita nelle leggi e nei contratti collettivi. La flessibilità, cioè la possibilità di cambiare lavoro, è stata anch'essa una conquista dei lavoratori, nelle società scandinave in particolare, offrendo la possibilità di rifiutare lavori ripetitivi o dannosi e di inserirsi invece nella produzione laddove questa forniva le migliori possibilità di sviluppo personale e di armonia con la propria vita famigliare e di comunità. La libertà del lavoratore di scegliere il posto di lavoro costituiva un forte incitamento per gli imprenditori nell'offrire condizioni e ambienti di lavoro attrattivi per i lavoratori e stimolava l'innovazione.

La flexicurity capovolge tutto questo. La sicurezza è condizionata dall'accettazione della flessibilità decisa non dal lavoratore ma dall'impresa, e incondizionata rispetto alle esigenze professionali, personali o famigliari del lavoratore. Anche i sistemi di sicurezza sociale sono stati ridefiniti a questo obiettivo. Le coperture sociali in caso di disoccupazione sono state ridotte e limitate da un tempo illimitato a un periodo di 3 anni, e dopo il primo anno il lavoratore non può più rifiutare qualunque offerta di lavoro (quand’anche al di fuori delle proprie qualifiche e competenze) se non vuole perdere il sussidio di disoccupazione.

Il risultato è l'aumento dell'espulsione dal lavoro di gruppi di cittadini e da qui il nascere delle nuove povertà. Si torna dalla flessibilità alla precarietà, dai diritti ai favori, dalla contrattazione collettiva all'individualizzazione dei contratti dalla cooperazione alla competizione. Il percorso virtuoso dei sistemi di welfare che aveva prodotto la quasi abolizione delle povertà in Europa – dall'elemosina e dall’assistenza alla solidarietà e sicurezza – è ripercorso in senso contrario. La “società del benessere” (“welfare society”), con il suo sistema di garanzie dei diritti al lavoro e al reddito, si trasforma nella “società del lavoro” (“workfare”), dove il lavoro diventa l'unica possibilità di accesso, non alla sicurezza, ma a una situazione di precarietà nel reddito e nel lavoro. (vedi Intervento 5. Lavoro ed impoverimento di Maurizio Landini)

Intervento 5. Lavoro ed impoverimento,

di Maurizio Landini

“Si sta determinando un cambiamento radicale dei rapporti sociali. Il punto fondamentale è quello della democrazia sotto attacco. Ci si dovrebbe domandare chi è oggi che decide sui nostri destini? Siamo di fronte a una concentrazione del potere nelle mani di pochissimi che decidono in nome e al posto degli Stati e dei governi.

Aumenta considerevolmente il numero di persone che devono vivere per lavorare e non riescono a uscire dalla povertà. Siamo alla presenza del fatto che c’è una concorrenza tra lavoratori nello stesso Paese e anche tra Paesi diversi. Quando il lavoro è sotto la condizione di ricatto subentra la paura di perdere il lavoro; se non ho più un lavoro non ho più dignità. Oggi la democrazia nei luoghi di lavoro è negata e non mette i lavoratori in condizione di poter intervenire sul processo produttivo. Quando superi i cancelli non hai più libertà: la fabbrica è un luogo senza legge. In Italia c’è stata una redistribuzione della ricchezza a danno delle persone che lavorano senza precedenti. I lavoratori non ce la fanno più a pagarsi eventuali visite specialistiche e rinunciano, perché non è compatibile con i loro mezzi. La rinuncia a curarsi è la più grave forma di povertà.

V'è la tendenza da parte delle imprese di cancellare radicalmente ogni diritto di chi lavora. Si vuole cancellare la contrattazione collettiva, impedire qualsiasi mediazione sociale; il contratto collettivo nazionale o aziendale pone dei vincoli sociali al mercato. In nome della globalizzazione, l’idea stessa di porre dei vincoli al mercato è rigettata. Dietro l’attacco all’articolo 18 e dietro l’attacco alla contrattazione s’introduce il concetto che è possibile derogare alla legge con accordi privati. In una condizione di crisi come l’attuale, vuole dire di fatto che leggi non esistono più. Quel che è prodotta è l’idea di lotta tra poveri, tra le comunità, tra i lavoratori. I tuoi concorrenti sono tutti i lavoratori dell’altra impresa.

Il modello Fiat di rottura del sistema delle relazioni industriali sta aumentando la solitudine delle persone nel luogo di lavoro e distrugge i legami tra gli uomini. E’ necessaria una battaglia che riaffermi l’idea del lavoro come fondamento di un nuovo modello sociale da ricostruire, allargando il concetto ai beni comuni, a cosa si produce e al perché si produce. La vicenda dell’Ilva sta mettendo in discussione i principi costituzionali: chi ha gestito quell’impresa ha un’idea della proprietà privata, che esclude ogni ragionamento sull’utilità sociale dell’impresa. C’è anche un grande vuoto della politica che ha semplicemente abdicato al suo ruolo. Il tema della sostenibilità delle produzioni industriali riguarda l’idea di futuro e del tipo di Paese da costruire. Il lavoro, l’obiettivo di una piena occupazione è l’elemento di base per consentire alle persone di avere una vita degna e di sentirsi liberi, di non sentirsi un prodotto; tutto ciò riguarda i comportamenti individuali e collettivi, come liberare il lavoro dalla schiavitù, principi di un’azione politica disattesa.

È decisivo contrastare il tentativo d’impedire definitivamente alle persone che lavorano di votare, negando la democrazia nei luoghi di lavoro.

Mai come adesso è indispensabile unire la lotta di chi non ha più alcun diritto e ha fame con quella di chi sta difendendo strenuamente condizioni minime di dignità: esse non sono in contraddizione, sono due facce della stessa realtà”.

La flexicurity ha consacrato la fine della società del welfare segnando la trasformazione dal welfare al workfare in Europa. Oggi, questa trasformazione è la causa maggiore della produzione di nuove povertà in Europa.

La crescita dell’economia verde non sfugge alle tendenze descritte. Anzi, vista la sua affermata dipendenza dall’innovazione competitiva mondiale, su pressione di centinaia di milioni di azionisti alla ricerca del massimo rendimento (e a breve termine) del loro capitale (grazie anche ai nuovi prodotti e servizi “verdi”), l’incertezza del divenire è presentata come la molla positiva della flessibilità delle “risorse” umane e dei modi di produzione. Non solo, ma è così che la mistificazione si manifesta: lo scaricamento crescente sui redditi da lavoro del rischio finanziario dell’economia verde è imposto come condizione per l’accesso al reddito. La carota dell’occupazione e del reddito va di pari passo con l’obbligo dell’indebitamento sui mercati mondiali. In queste condizioni, ridiventa possibile spremere tutto il plusvalore possibile dalla produzione. La mistificazione occupazionale si prolunga sul reddito.

Vi sono però dei limiti alla richiesta di una continua ascesa del profitto realizzabile con il solo sfruttamento del lavoro vivo e del reddito corrente. Per questo, gli ingegneri finanziari della crescita verde si sono detti ch’era possibile estendere lo sfruttamento del reddito da lavoro a quello del reddito patrimoniale, cioè alla ricchezza accumulata dai lavoratori e dalle famiglie nel corso di decenni sotto forma di risparmi, delle pensioni e della casa. Un patrimonio gestito dentro i meccanismi garantiti e restrittivi dei sistemi bancari, o direttamente come patrimonio famigliare, in moneta o beni.

Mobilizzare questi patrimoni, farli entrare nel circuito del mercato è la prima condizione per poter poi istituire i meccanismi legali dell'esproprio o mediante la leva fiscale dello Stato oppure con la rapina di mercato (la speculazione finanziaria). Da qui la riforma dei sistemi bancari e finanziari degli ultimi quattro decenni, la riforma dei sistemi fiscali in senso non proporzionale, la legittimazione del ruolo autonomo e di garanzia delle istituzioni monetare (Banche centrali) e finanziarie (Borse, società di rating, governance internazionale della finanza) rese sempre più autonome dal potere politico e dal controllo dei cittadini.

Sulla base dei dibattiti e del documento finale, “Rio+20” non altera in alcun modo l’insieme di questi processi. “Rio+20” ci dice che le istituzioni finanziarie, nazionali e internazionali, che hanno introdotto e amministrato finora le politiche d'impoverimento (Banche d'Investimento, Banche Centrali, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, ecc.), in partenariato con le grandi imprese finanziarie transnazionali private ed altri soggetti industriali e commerciali, sono titolate e adeguate a assicurare nei prossimi anni il monitoraggio ed il pilotaggio dello sviluppo dell’economia verde.

La mistificazione della crescita “sostenibile”

I due strumenti di potere dell’“economia verde” sono il controllo delle tecnologie e la finanziarizzazione dell’economia capitalistica.

Abbiamo già visto in che maniera la finanziarizzazione dell’economia capitalista conduce ad un’alterazione della sostenibilità ambientale a favore delle attività produttive più redditizie, ad usi prioritari delle risorse disponibili al servizio dei “consumatori solventi”, allo sfruttamento di nuove risorse e materiali in aree e regioni finora “intoccate”, cioè, non sfruttate.

Soffermiamoci ora sul controllo delle tecnologie. Questo é particolarmente difeso e promosso nei paesi il cui potere è in grande parte legato alla loro potenza tecnologica. Pensiamo agli Stati Uniti, alla Russia, alla Francia ma anche, per quanto riguarda la tecnologia civile, alla Germania, ai Paesi Bassi, alla Svezia e alla Svizzera. Se i paesi potenze nucleari sono opposte alla disseminazione degli armamenti nucleari (caso dell’Iran) non è tanto per amore della pace ma per considerazioni dettate dal loro oligopolio sul nucleare. Il controllo delle tecnologie avviene principalmente attraverso enormi investimenti da parte dell’industria militare (l’economia della guerra), sostenuti in parte dagli introiti ricavati dal riuso dei processi e prodotti di origine militare nei consumi civili (il detto “dual use”). Esso si effettua anche, nell’economia civile, attraverso gli strumenti giuridici del copyright (brevetti industriali, brevetti di proprietà intellettuale, etc.) e attraverso le politiche commerciali.

Il controllo è giustificato in nome della sovranità nazionale e della sicurezza (energetica, alimentare, idrica…). Sempre più spesso, la ragione più forte è la competitività delle imprese, la loro potenza industriale e commerciale, e quindi il lucro, il profitto. Beninteso, le passerelle tra le tecnologie (ed interessi/poteri) militari e le tecnologie civili sono intense e non sempre regolate in maniera trasparente e adeguata. Il che dà adito alla costituzione di forti gruppi di potere industrial-militare misti pubblico/privato (da qui il sostegno al PPP in seno alla maggioranza dei paesi del “Nord”). La difficoltà di accordi internazionali tra Stati è dovuta sovente all’esistenza/scontro tra gli interessi dei gruppi industrial-militari. Il fallimento, fra i tanti, della conferenza di Copenaghen del 2009 sulle soluzioni da dare al cambiamento climatico è stato causato dal non accordo sulle tecnologie, sul loro ruolo, costi e finanziamento.

Da tempo, i paesi del Sud rivendicano la possibilità di finanziare l’applicazione delle nuove tecnologie grazie a trasferimenti provenienti dai paesi del Nord a titolo anche di rimborso del debito ambientale da essi accumulato nei confronti delle popolazioni e delle terre colonizzate e dilapidate. Di contro, i paesi del Nord hanno sempre rifiutato di accettare tali rivendicazioni e hanno cercato di mettere la questione delle tecnologie nell’ambito delle politiche di apertura dei mercati, del commercio internazionale, degli accordi di cooperazione scientifica e tecnica e degli aiuti finanziari allo sviluppo, soluzioni che quelli del Sud hanno visto di cattivo occhio.

Il fatto che la Cina, l’India e il Brasile siano giunti, chi più chi meno in maniera autonoma al livello attuale di sviluppo, ha consentito a “Rio+20” di aprire qualche spiraglio, ma sostanzialmente gli ostacoli sono rimasti. Non a caso molti paesi del Sud hanno accusato l’economia verde di essere una maniera elegante di riproporre al mondo un rinnovato dominio sulla Terra da parte delle vecchie e nuove potenze economiche mondiali, l’accaparramento delle terre africane da parte, anche, dei Cinesi è diventato, a questo riguardo, un caso da manuale.

Rio+20 non ha liberato l’economia verde dalla mistificazione ambientale su cui si basa, né dal sospetto ch’essa possa condurre ad una nuova colonizzazione delle risorse “naturali” (dall’energia solare al capitale biotico delle foreste primarie subtropicali, dall’acquifero Guaranì ai minerali dell’America latina, dai lavoratori africani ed indiani ai giovani disoccupati del Mezzogiorno italiano…..).

3. Il mondo delle alternative. Le strategie centrate sul reddito, i modi di vita, nuovi sistemi produttivi, le comunità locali

Fortunatamente non vi sono al mondo unicamente le strategie finora esaminate. Il divenire non si riduce unicamente alle fabbriche dell’inaccettabile. In molti paesi e su iniziativa di gruppi o istituzioni molto diversi tra loro, strategie più coerenti con gli obiettivi dello sradicamento della povertà (e non solo della sua riduzione) sono state elaborate, proposte e, fatto importante, applicate.

Ci riferiamo, anzitutto alle strategie centrate su nuove maniere di garantire un reddito. Vedremo subito dopo le alternative imperniate su soluzioni per le quali il punto di leva ed i processi di cambiamento non sono direttamente legate al reddito ed alla sua redistribuzione.

Un asse centrale: reddito e redistribuzione

Anche noi pensiamo che la questione dei redditi debba essere al centro della riflessione e dell’azione per liberare la società dall’impoverimento. Non per nulla, sosteniamo che la lotta per lo sradicamento dei processi d’impoverimento passa dalla lotta contro i processi di creazione della ricchezza inuguale, ingiusta e predatrice.

Il reddito costituisce la base materiale per le condizioni di esistenza delle persone, delle famiglie, delle comunità per la parte che riguarda le scelte personali e private di produzione e di consumo. Si tratta di un reddito personale, privato, individuale o famigliare o di gruppo (si pensi al reddito di una cooperativa o di una comunità di persone che hanno deciso di “vivere” insieme). Altrettanto fondamentale è il reddito collettivo, pubblico, comune, quello di un Paese, di un’economia “nazionale”, di un popolo, per la parte che riguarda le scelte collettive, comuni e pubbliche. La realtà, evidentemente, è fatta di situazioni dove le linee di frontiera e di differenziazione tra le due categorie di reddito non sono così nette e impermeabili come la distinzione lascia o vuole far credere.

Storicamente l’accesso al reddito personale, privato, proviene da posizioni di rendita (per esempio, il reddito di un proprietario di risorse naturali), di profitto (il reddito derivante dalla differenza tra il ricavo ottenuto da un prodotto o servizio ed il suo costo totale di produzione) o di lavoro (il salario di un operaio o lo stipendio di un dirigente d’azienda).

Vi sono forme diverse di rendita economica: fondiaria, catastale, finanziaria… A noi qui interessa distinguere tra rendita speculativa (tipica della finanza, ma non la sola forma di rendita finanziaria) e rendita da risparmio. La rendita speculativa, creata cioè con metodi di rapina e esproprio del lavoro di altri, va dichiarata illegale come l'usura o lo sfruttamento di minori. Si tratta di una forma di tangente assimilabile a quella delle organizzazioni criminali. La rendita da risparmio invece va protetta regolando le sue forme con la legislazione bancaria e degli istituti pensionistici, anche se le sue funzioni di riduzione dell'incertezza dovuta a ragioni di salute, anzianità, disagi famigliari, ecc. dovrebbero essere gradualmente assunte da un sistema pubblico di sicurezza sociale, così come è stato nelle forme più avanzate dello Stato del Benessere.

Un’altra distinzione di grande importanza, come tra l'altro abbiamo visto a proposito del finanziamento della „crescita verde“, è quella tra reddito da capitale e reddito da lavoro. Il reddito che deriva dai risparmi in termini di interessi o dalla proprietà di azioni sotto forma di dividendi ed obbligazioni è il reddito da capitale. Essere capitalista significa che una persona può vivere unicamente sulla base dei suoi redditi da capitale. Non ha bisogno di “lavorare”. Il reddito da lavoro, invece, è il reddito ottenuto come retribuzione del lavoro svolto o prestato. Il lavoratore vive del suo reddito. Certo, negli ultimi decenni, grazie ad un’economia più giusta, che ha favorito l’aumento dei redditi da lavoro e la crescita dei trasferimenti sociali, anche un lavoratore, con i suoi risparmi ha potuto ricavare dei redditi da capitale. È intervenuta, così, una redistribuzione del reddito più favorevole al lavoratore. Il lavoratore è entrato altresì a far parte del mondo dei possessori di capitale con conseguenze significative sui suoi valori, comportamenti e scelte.

Per il modo in cui storicamente si sono formate le società industriali lavoro e reddito sono considerati un binomio inseparabile poiché al secondo è stata attribuita una funzione prevalente di legittimazione del primo. La forza e il potere della produzione, indipendentemente dalle forme giuste o sbagliate in cui si svolge, sono dati dal fatto di essere la fonte che fornisce al lavoratore i mezzi per la propria sussistenza. Ancora oggi, come abbiamo sottolineato a proposito della flexicurity, il reddito da lavoro costituisce la minaccia principale per ottenere la disciplina voluta dai lavorati. Salvo esperienze isolate e represse di sistemi di produzione che hanno cercato la motivazione al lavoro nella bontà delle sue forme e dei suoi contenuti (Olivetti, cooperazione sociale, ecc.) il lavoro si legittima mediante il ricatto occupazionale che l'imprenditore, pubblico o privato, può esercitare sul lavoratore.

Tutto il dibattito sull'uguaglianza economica, sul ruolo della politica dei redditi, sulla giustizia sociale e la ripartizione tra reddito da lavoro e reddito da capitale, ci porta al cuore della politica economica, sociale e del rigetto, accettazione condizionata o adesione alla società capitalista. La centralità della problematica ricchezza/povertà, impoverimento/arricchimento sta in questo.

Il sistema attuale è ingiusto perché ha fatto crescere la dipendenza dei cittadini dal denaro per l'accesso ai beni necessari. Più il denaro diventa raro, perché riservato ai redditi da capitale o perché caro (da qui l’indebitamento), più l’impoverimento aumenta. Una delle maniere di contrastare il sistema consiste nell’istituzione di una separazione tra reddito e lavoro. L'accesso al reddito è un diritto sociale di cittadinanza, e la scelta di percepire un reddito di cittadinanza o un reddito da lavoro dipende dalle scelte personali e dai progetti di vita.

Esaminiamo, quindi, le strategie di soluzione centrate sul reddito. Esse possono essere raggruppate in tre grandi categorie:

  • separazione tra reddito e lavoro;
  • reddito di cittadinanza (che comprende varie “formule” che vanno dal reddito di esistenza e reddito minimo garantito, parzialmente o totalmente dissociato dal lavoro, al salario minimo garantito, legato dunque al lavoro).
  • C’è una terza categoria fondata sulle monete locali, cioè sulla demonetizzazione dai circuiti finanziari tradizionali di mercato dell’accesso ai beni e servizi considerati della responsabilità collettiva perché essenziali ed insostituibili per la vita ed il vivere insieme. Vi sono numerose esperienze che vanno in questa direzione al Nord come al Sud del mondo. La valutazione di queste esperienze è in corso ad opera di operatori pubblici e privati nazionali ed internazionali. Il ricorso a monete locali si presta, in particolare, per quelle attività economiche di natura pubblica a finalità locale per beni e servizi di prossimità. Allo stato attuale delle cose, pertanto, è necessario investire nello studio e progettazione del ruolo delle monete locali. Proponiamo che l’iniziativa di verificare la pertinenza e la fattibilità delle monete locali come uno degli strumenti di azione per liberare le nostre società dai processi di impoverimento sia messa nel 2014 all’ordine del giorno dell’iniziativa DIP in Italia. Limitiamoci, quindi, in questa sede, all’esame delle due strategie su menzionate.

Malgrado le differenze anche sostanziali, esse condividono il senso ultimo delle proposte, cioè il tentativo di rendere libertà e dignità di scelta di esistenza per tutti garantendo la sicurezza dei diritti umani e di cittadinanza ed un rapporto sostenibile con la natura.

La separazione tra reddito e lavoro ha trovato la sua forma più avanzata di espressione in Danimarca con la riforma del sistema sociale del 1971 che sancì questa separazione. Gli effetti furono un decennio di grande sperimentazione sociale durate il quale giovani e non solo scelsero vie diverse di studio e di impegno sociale e professionale. Nacquero così collettivi sociali e di produzione in tutto il paese, gruppi dediti alla musica, al teatro e alle arti visive, forme nuove d'impresa e innovazione “fuori mercato”. Il che spiega come un piccolo paese abbia potuto produrre risultati eccellenti in campi che sembravano sbarrati ai più. Queste esperienze hanno creato una consapevolezza sociale e una cultura economica più attenta ai principi del vivere insieme e al rispetto del Bene Comune.

Questi indirizzi sono stati ripresi di recente anche a causa della crisi profonda dei sistemi di mercato capitalistici e delle possibilità di reddito che un lavoro che non c'è non è più in grado di fornire. Sono così nate le altre proposte.

La strategia del reddito di cittadinanza (reddito minimo garantito, “basic income”, reddito di esistenza, etc.) è il risultato di un notevole sforzo teorico, di ricerca e d’innovazione sociale condotto da più di 20 anni da un gruppo di ricercatori “socialmente impegnati” di quasi tutti i paesi europei e fuori d’Europa riuniti nel “Basic Income European Network” (BIEN) presso l’Università Cattolica di Lovanio in Belgio. L’idea di fondo è di contrastare il rischio di marginalità e di povertà garantendo la dignità della persona e favorendo la cittadinanza attraverso un sostegno economico. La rete è attiva anche in Italia dove è stata condotta una campagna per la proposta di legge per il reddito minimo garantito conclusasi in dicembre 2012. L’Italia è uno dei pochi paesi dell’Unione Europea dove ancora non è stato introdotto, sotto una forma o l’altra, il principio del reddito minimo garantito (vedi il quadro Rete europea per il reddito minimo - EMIN).

Rete europea per il reddito minimo (EMIN)

La rete europea per il reddito minimo (EMIN) è un progetto biennale (2013-2014) finanziato dalla Commissione Europea, che ha l'obiettivo di costruire un consenso a prendere le misure necessarie per la progressiva realizzazione di misure per un reddito minimo adeguato accessibile negli Stati membri dell'UE, in linea con la Raccomandazione sull'Inclusione Attiva della Commissione europea del 2008, la strategia Europa 2020 e nel contesto della Piattaforma europea contro la povertà e l'esclusione sociale.

L'importanza di regimi di reddito minimo nella lotta contro la povertà e l'esclusione sociale

In un contesto in cui vi è la tendenza a restringere l'ammissibilità regimi di reddito minimo in molti Stati membri, la rete di reddito minimo è un passo importante per mantenere un focus sull'importanza di regimi minimi adeguati ed accessibili sul reddito. Più che mai tali regimi rappresentano un'ancora di salvezza per le persone in condizioni di povertà e di esclusione sociale. Il sostegno al reddito minimo è spesso l'unico sostegno finanziario per le persone in difficoltà, ma anche per le persone che non possono accedere ad un lavoro retribuito e per coloro che hanno lavorato e sono alla fine del loro periodo di copertura per l'indennità di disoccupazione. L'accesso ai regimi adeguati di reddito minimo costituisce una base importante per la partecipazione alla vita della comunità, il collegamento con il mondo del lavoro e la possibilità di una vita dignitosa. Inoltre, contribuisce in modo significativo ad un recupero dalla crisi, aiutando le persone a sostenere l'economia mediante l'incremento del potere d'acquisto e quindi della domanda locale.

Partner chiave

  • • AGE Platform Europe, FEANTSA European Federation of National Organisations Working with the Homeless, Belgian Public Administration, Public Planning Service Social Integration, Anti Poverty Policy and Social Economy Social Integration, ANSA Agence Nouvelle des Solidarités Actives, ETUI European Trade Union Institute, OSE Observatoire Social Européen, SIRG Social Inclusion Regional Group,
  • • Reti Nazionali per il Reddito Minimo (NMIN) in 5 paesi guidate da: in Belgio da Belgian Anti Poverty Network, in Italia da CILAP/EAPN Italy, in Irlanda da EAPN Ireland, in Danimarca da EAPN Denmark, e in Ungheria da EAPN Hungary.
  • • Nel secondo anno del progetto, tutte le reti EAPN saranno coinvolte.

Secondo la proposta, i beneficiari del reddito minimo garantito sono tutti gli individui (inoccupati, disoccupati, precariamente occupati) che, in Italia, non superino i 7.200 euro annui. Devono essere residenti sul territorio nazionale da almeno 24 mesi; devono essere iscritti presso le liste di collocamento dei Centri per l’impiego. L’ammontare individuale del beneficio del reddito minimo garantito è di 7.200 euro annui, pari a 600 euro mensili; al beneficio economico diretto del reddito minimo garantito possono concorrere anche le Regioni e gli enti locali attraverso l’erogazione del “reddito indiretto” ovvero favorire prestazioni di beni e servizi.

Il disegno di legge proposto inoltre delega il Governo: a definire una riforma degli ammortizzatori sociali in modo da introdurre un “sussidio unico di disoccupazione” esteso a tutte le categorie di lavoratori, a prescindere dall’anzianità contributiva o dalla tipologia contrattuale; a riordinare le spese delle prestazioni assistenziali, in modo da renderle coerenti con l’istituzione del reddito minimo garantito; a stabilire un compenso orario minimo.

Secondo il rapporto dell’European Anti Poverty Network le forme di reddito di cittadinanza in funzione in seno dell’Ue non sono però tali da impedire che i fenomeni d’impoverimento sussistano (o, peggio, si infittiscano e si rinforzino). Esse sono ancora, troppo spesso, proposte alimentate dal bisogno di intervenire su carenze istituzionali dei sistemi sociali esistenti ma che (a) non si misurano col problema del rapporto lavoro-reddito e (b) non compiono il tentativo di demonetizzare (sottrarre alle logiche del mercato e dell’accumulazione monetaria) l’economia dei beni e servizi comuni pubblici ed i diritti di cittadinanza. (vedi Intervento 6. Il reddito ed il lavoro: sul reddito di cittadinanza; di Roberto Musacchio)

Intervento 6. Il reddito ed il lavoro: sul reddito di cittadinanza

di Roberto Musacchio

Le forme di rapporto tra il lavoro e il reddito, per come le abbiamo conosciute, sono state, e sono, fortemente messe in discussione dalla rottura del compromesso sociale rappresentato dal Welfare. Ci troviamo di fronte a fatti nuovi rispetto a quelli che vedevano il lavoro come quella merce speciale da cui l’attività produttiva capitalistica poteva estrarre un plusvalore ma che poi poteva, nella storia del capitalismo reale, essere riconosciuto come soggettività con cui si realizzava un accordo volto allo sviluppo sociale.

Nell'era della globalizzazione invece il lavoro è tornar ad essere ricondotto ad una condizione servile, quasi di stampo feudale, parcellizzato e precarizzato. Anche uno degli elementi cardine del carattere progressivo del capitalismo e cioè il valore emancipatorio del lavoro, per cui l'accesso al lavoro ha corrisposto alla fuoriuscita dalla povertà e, specie in Europa, all'accesso ai benefici del welfare, sia ormai contraddetto da una realtà in cui il lavoro povero è sempre più percentualmente significativo.

Ho premesso questi abbozzi di riflessione per dire che la questione, di cui si parla ormai con insistenza, di una diversa relazione tra reddito e lavoro, con l'introduzione di un reddito di base garantito per tutte e tutti è di grandissimo spessore e può essere l'avvio della ricostruzione di un nuovo punto di vista autonomo da quello del capitale.

La discussione sul BASIC INCOME, il reddito minimo, per altro a volte intrecciata a quella, ora un pò meno di moda, sulla Flexicurity, tende per alcuni, e tra loro una parte significativa delle tecnocrazie europee, a rappresentare una sorta di grimaldello per scardinare le idee fondanti del „vecchio“ compromesso sociale. Di fatto l'idea dei minimi, per il reddito ma anche per il welfare, lasciando tutto il resto al mercato, è la chiave di lettura della riforma del modello sociale europeo su cui spingono le tecnocrazie.

Per i veri promotori del BASIC INCOME, invece, il reddito minimo è l'elemento chiave di rilancio di una nuova autonomia della coalizione potenzialmente alternativa al capitalismo. Esso va posto in relazione ad una nuova idea del lavoro, della economia e della società: Ad esempio:

  • - connettendolo al rilancio del valore della contrattazione collettiva come elemento caratterizzante di una nuova dimensione europea;
  • - creando nuovi modi di produrre ricchezza e sviluppo adeguati alle esigenze ambientali e all'emergere di nuovi bisogni sociali e di relazione: forme lavorate accompagnate da nuove forme di volontariato e di dono.

E' stato molto grave che la Commissione Europea abbia bocciato il primo testo di ICE, Iniziativa dei Cittadini Europei, che chiedeva il reddito indiscriminato e dato la via libera ad una nuova proposta più generica.

Il rapporto lavoro-reddito va ricostituito, anzitutto, nel senso che un reddito di cittadinanza può diventare sostitutivo del salario fornito dal mercato capitalistico ma, oltre a modificare la radice dell'origine del reddito (il lavoro), modifica anche la percezione del lavoro che non s'identifica necessariamente con le forme attualmente note, ma può venire ricreato in altri ambiti della vita (famigliare, di comunità, ecc.) ed in altre forme (lavoro volontario, cooperativo, ecc.).

La ricostituzione è, in secondo luogo, importante nel senso di far ammettere che i diritti umani, sociali e di cittadinanza non dipendono dall’obbligo della prestazione di un lavoro remunerato attraverso l’assegnazione di un reddito/potere d’acquisto che permette di comprare i beni ed i servizi essenziali per la vita. L’accesso ai diritti ed alla cittadinanza é gratuito (i costi sono presi a carico dalla collettività).

Si realizzerebbe così la ricongiunzione del lavoro nelle sue varie forme con la vita famigliare e sociale così come la riunione dell’economia con i diritti umani e sociali e la cittadinanza. Si aprirebbero nuovi spazi a configurazioni sociali e cooperative che renderebbero possibile la scomparsa della povertà.

Le alternative a partire dai modi di vita e dal locale

Senza soldi è un libro collettivo, uscito nel maggio 2013 presso la casa editrice napoletana Intra Moenia, allo scopo di informare e sensibilizzare i cittadini sulle esperienze, le storie e i progetti basati sullo scambio non monetario, sulla condivisione, la gratuità, la mutualità, la cooperazione. Edito a cura anche di alcuni membri del Gruppo promotore della DIP, Senza soldi è un viaggio sul cambiamento delle nostre società, sulle utopie in corso di realizzazione, su un futuro scelto e non subito. Il suo merito è quello di documentare, senza ambizioni di esaustività, che la tesi dei dominanti sull’inesistenza di alternative al sistema capitalista mondiale (“il dogma TINA”) è una grande falsità. Il libro racconta di milioni di persone che sono riuscite a “vivere al di fuori della moneta” ed a ” “fuggire dal campo di concentrazione del denaro” (annotazioni di Pierluigi Sullo nell’introduzione).

Il racconto porta sulla nuova espansione di varie forme di baratto, in tutti i campi, sia sui beni che sui servizi, la riscoperta dell’auto-aiuto e lo sviluppo di circuti economici locali (LETS, SEL Km zero, GAS…), interamente o parzialmente “fuori del mercato” e “fuori della finanza tradizionale”. Un’attenzione particolare è data alle banche etiche, banche cooperative, eco-banche, banche solidali, banche del tempo, microcredito. Dappertutto, le attività finanziarie alternative sono in effervescenza. Proprio nel mese di giugno 2013 è nata in Belgio la N-Bank (“New Bank”) per iniziativa del mondo associativo da tempo impegnato nella finanza cooperativa e solidale. La nuova banca mira ad andare ancor più lontano in termini d’innovazioni alternative rispetto alle esperienze della finanza solidale degli ultimi anni. Gli autori di Senza soldi sono molto interessati all’esistenza delle “monete locali” (di cui abbiamo già parlato) ed alla loro diffusione e moltiplicazione. Solo negli Stati Uniti uno studio di Ed Collom dell’Università Southern Maine ha inventariato l’uso di più di 70 monete locali. Cancellare il titolo e scriverlo più piccolo

Fonte: dati riportati in www.linkiesta.it, articolo del 15 febbraio 2012 “Usa, boom delle monete locali con cui non si specula”.

In Italia il fenomeno è quasi inesistente. Le due monete più note, il Sardex e lo Scec, sono piuttosto delle monete complementari e non “alternative”. Servono, la prima, alle autorità pubbliche regionali come “aiuto” ai giovani disoccupati, la seconda è utilizzata dalle imprese. Ma i progetti non mancano.

Sono altresì presentate le esperienze di attività dette di “economia sociale” (solidale, cooperativa, comunitaria…) basate sul dono (nel campo, per esempio, della salvaguardia e dello scambio dei semi, dell’educazione, dei rapporti fra adulti e bambini, rispetto alle persone anziane…), sulla comunità e nuovi rapporti con la natura (orti urbani, gli eco-quartieri ed eco-villaggi, la gestione comunitaria di servizi locali, iniziative in favore della decrescita…).

L’agricoltura e la gestione del territorio, in particolare, sono terreni fertili per numerose “utopie concrete” e per progetti fortemente innovatori che solo da lontano possono essere assimilati ai progetti, prodotti e servizi dell’economia verde, certamente a livello della “narrazione” ispiratrice.

I protagonisti delle alternative (persone, gruppi, organizzazioni, istituzioni pubbliche locali…) perseguono un obiettivo comune: creare modi di vivere insieme “liberi dalla moneta” e “liberati dal consumo” e, quindi, liberi dall’accumulazione, dalla competitività, dalla sottomissione al lucro, dall’indebitamento nei confronti del capitale privato, dall’impoverimento.

Il mondo delle alternative sembra microscopico, irrilevante, rispetto all’economia dominante. In realtà è un mondo importante perché è un mondo che si è liberato da solo e non con l'aiuto esterno dai fattori strutturali dell’impoverimento. La sua vera debolezza risiede nell’attuale frammentazione e molecolarizzazione. Le alternative restano ancora troppo “locali”, “specifiche” “puntuali”. Esse hanno bisogno di diventare contagiose, di diffondersi, di mettersi in sinergia alla stregua di quanto è successo in questi anni per i “social networks”. Esse hanno altresì bisogno di “integrazione”, di interconnettersi, di inserirsi in progetti ed esperienze “globali” nel senso della presa in conto dell’insieme dei fattori e dei processi del sistema che si desidera cambiare. Da soli, l’agricoltura km zero o gli orti urbani o il SEL o l’eco-villaggio o la Banca etica, o il co-housing non riusciranno a far cambiare rotta al sistema e ad impedire la continuità del furto della vita, dell’umanità e del futuro…

L’iniziativa DIP è un piccolo tentativo in questa direzione.

Conclusione della seconda parte

Impedire un nuovo furto della vita, dell’umanità e del futuro

I rapporti di potere attuale in Italia, in Europa e a livello mondiale non lasciano grande spazio, a corto termine, allo scenario delle alternative, il contrario sembra inevitabile.

Il 19 giugno 2012 alla vigilia dell’apertura di “Rio+20”, Louise Kantrow, rappresentante permanente al vertice dell’influente organizzazione l’International Chamber of Commerce, ha dichiarato ricevendo applausi entusiasti da parte dei presenti, “business are taking the lead” nei negoziati globali sul cambio climatico e lo sviluppo sostenibile. Da molti anni in Europa la tesi delle nostre classi dirigenti è di sostenere che i governi, i poteri pubblici, debbono ascoltare i mercati, agire in modo da rassicurare e calmare i mercati finanziari, creare le condizioni di certezza e di stabilità per i mercati. È raro che esse abbiano affermato che i mercati devono sottostare alle scelte e alle decisioni dei governi rappresentativi dei popoli. A livello italiano non si naviga in acque migliori. In soli due anni la classe dirigente nazionale, con qualche eccezione, ha optato dapprima per affidare le redini “politiche” del paese ad un governo detto “tecnico” (declassando così il ruolo dei “politici” e mandando in ferie il parlamento italiano, visto che i “tecnici” sanno cosa occorre fare). Poi, “accortasi” dell’impossibilità che il governo di un paese, per di più come l’Italia, sia assicurato dai “tecnici”, ha dato questo compito ad un “governo delle larghe intese” (che anch’esso pretende di “non fare politica” ma di “fare le cose”).

Anche la Commissione Europea continua a ripetere che la governanza dell’economia deve essere guidata dai portatori d’interesse (gli “stakeholders”).

Il business mondiale, dunque, è convinto, e i fatti per il momento gli danno ragione, di avere il potere politico nelle sue mani riguardo il futuro della vita sul pianeta Terra. Se i cittadini non si mobilitano a tutti i livelli, la predazione della vita resterà lo scenario più plausibile per i prossimi 15-20 anni anche perché le ultime proposte (nei mesi di aprile e maggio 2013) della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite in materia di povertà e dell’esclusione sociale non lasciano intravedere nessuna inversione di rotta.

Le ultime proposte della Banca Mondiale e dell’ONU

La Banca Mondiale ha lanciato in aprile 2013 una nuova proposta „End Poverty 2030“. L’obiettivo è di azzerare nel 2030 il numero delle persone con meno di 1.25 $ al giorno, stimate dalla Banca a 1 miliardo e 200 milioni nel 2010. La Banca non ha fissato alcun obiettivo quantificato riguardo le persone in povertà con meno di 2.50 $ al giorno, stimate a più di 2,8 miliardi.

Anche l'ONU ha ripreso la proposta della BM nell'ambito della nuova iniziativa „Overarching Framework Post-2015“ (“Quadro complessivo per il Post-2015”) che seguirà alla conclusione del programma „Millennium Development Goals 2015.“

Nel 2030, quindi, il mondo non dovrebbe avere più nessun essere umano con meno di 1.25 $ al giorno. Siccome le persone con meno di 2.50 non fanno l'oggetto di nessuna riduzione ed ammesso che si realizzi l’azzeramento delle persone al di sotto di 1.25 $, le stime fatte dalla stessa Banca mondiale e dalle agenzie specializzate dell'ONU prevedono nel 2030 l’esistenza da 3 a 4 miliardi di persone con un reddito al giorno tra 1.26 e di 2.50 $. Come possono l’ONU e la Banca mondiale parlare di “End Poverty” in queste condizioni?

È la terza volta che la Banca Mondiale e l'ONU fissano degli obiettivi quantificati in materia di riduzione e/o di eliminazione della povertà nel mondo. Come abbiamo visto analizzando le strategie, la prima fu nel 1974 in occasione del lancio del „Nuovo Ordine Economico Internazionale“ che fissò l'obiettivo „Zero Poverty“ nel 2000; la seconda fu nel 1995 alla Conferenza Mondiale dell'ONU sulla povertà e l'esclusione sociale„ che lanciò la „Poverty Reduction Strategy“.

In 40 anni, i dirigenti mondiali sono passati dall'obiettivo di “zero povertà” (nessun povero con meno di 2 $ al giorno nel 2000), a quello della metà dei poveri con meno di 1$ al giorno nel 2015, per terminare con l’obiettivo di zero poveri con meno di 1.25 $ al giorno nel 2030. Un tale gioco dei numeri è semplicemente scandaloso.

Inoltre, gli strumenti di punta che la Banca Mondiale e l’ONU pensano di utilizzare per raggiungere l’obiettivo del 2030 restano l’aiuto e, per il suo finanziamento, il ricorso sempre più prioritario ed esclusivo ai dispositivi dei mercati finanziari internazionali e mondiali messi al servizio della crescita economica mondiale (verde o blu o bianca che sia).

E’ difficile accettare siffatta cecità. Il furto della vita è sotto i nostri occhi. Quello dell’umanità è quotidianamente documentata dai fenomeni di esclusione e d’impoverimento per miliardi di esseri umani. Il furto del futuro ha trovato una conferma grave il 30 agosto, giorno in cui l’indicatore dell’impronta ecologica ha dimostrato che quel giorno l’umanità ha già utilizzato le risorse riproduttive annuali del Pianeta.

La storia dimostra che ogni fenomeno sociale, ogni costruzione sociale sono destinati a mutare in tempi brevi o lunghi. Niente è perso per sempre, niente è vinto una volta per tutte. Il ruolo di un cittadino, di un gruppo sociale, di una comunità, di un popolo è di “essere presente” nel suo tempo, di agire per assecondare o contrastare lo stato delle cose, per generare nuove tendenze ed aprire nuovi spazi di futuro nella direzione di una sempre più effettiva concretizzazione dei diritti umani e sociali e di cittadinanza per tutti e la promozione dell’integrità della vita sul pianeta.

Oggi, essere presenti significa soprattutto lottare per la libertà dell’umanità dall’impoverimento.

Che miri allo sradicamento od al dimezzamento della povertà assoluta, la strategia centrata sull'aiuto dei paesi del Nord ai paesi del Sud deve essere abbandonata. E' erroneo pensare che la lotta contro la povertà sia essenzialmente una questione Nord-Sud solvibile attraverso l'aiuto del Nord al Sud. Il „nuovo „obiettivo fissato dal presidente della Banca Mondiale, End povertà by 2030“ è ancora una volta fondato sull'aiuto. Uno scandalo, perché ciò significa che la Banca mondiale non vuole risolvere il problema dell'impoverimento nel e del mondo. L'impoverimento nasce, opera e si sviluppa anche nei paesi del Nord! I proclami della Banca sono pura mistificazione. I suoi programmi sono concepiti per fallire Noi pensiamo invece che occorre cessare la logica dell'aiuto ed intervenire per mettere fuori legge al Nord specialmente i fattori strutturali che nel Nord e nel Sud contribuiscono a generare ed alimentare i processi d'impoverimento.

Dichiariamolo

  • Non c’è libertà senza diritti e senza giustizia
  • Non c’è giustizia né diritti senza uguaglianza
  • Non c’è uguaglianza senza gratuità e sacralità della vita
  • Non c’è gratuità e sacralità della vita senza beni comuni

TERZA PARTE - DICHIARIAMO ILLEGALE LA POVERTÀ

Il percorso che segue è un invito ad essere presenti. Esso parte dalla presa di coscienza del “grande furto” che caratterizza la fase storica nella quale viviamo. Vita, umanità e futuro sono “i beni universali” derubati e dei quali siamo stati spogliati. Non c’è nessuna polizza di assicurazione cui possiamo ricorrere per un eventuale recupero o risarcimento. Quel che dobbiamo fare è ricostruire i beni sulla base di nuove visioni che diano alla vita, all’umanità, al futuro, un valore più giusto, liberatore e duraturo.

Tenteremo di suggerire le vie da percorrere esaminando a tal fine “i processi di liberazione della società dall’impoverimento” lungo un sentiero che va dalla centralità della precarietà dell’esistenza alla centralità della sicurezza del vivere insieme. I beni da ricostruire domandano molta energia, molte forze e soprattutto molta passione, al di là del “ragionevole”. Le proposte di azioni prioritarie che abbiamo concepito e programmato rispondono a questa esigenza. È un piacere di presentare nell’inserto che segue “l’affresco ” con il quale abbiamo tentato di fornire una sintesi di “Dichiariamo Illegale la Povertà”.

1. Il grande furto

Ci sono riusciti. In quaranta anni, i gruppi dominanti sono stati capaci di condurre la vita sul pianeta in una situazione drammatica dalla quale, promettono, si uscirà solo dopo tanti sacrifici. La predazione del pianeta ha raggiunto livelli inconcepibili, tanto che gli stessi dominanti pensano che non sarà riparabile. Così, da anni, “informano” che siamo passati dall’era dell’abbondanza all’era della penuria delle risorse naturali. L’acqua buona per usi umani e per il buono stato degli ecosistemi , dicono, è ormai sempre di più rara. Lo stesso vale per il grano, il riso, le terre fertili, le foreste primarie, l’aria sana… Ne parlano come se fossero dei fatti “normali”, dimenticando di precisare che se la penuria è crescente ciò è dovuto al sistema economico e sociale di produzione, distribuzione e consumo da loro imposto. Inoltre, affermano che la rarefazione dei beni naturali è destinata a crescere e, quindi, diventerà la principale fonte di conflitti e di guerre. Quando pensano al futuro, i dominanti annunciano un futuro disastroso, fatto di lotte e di guerre per l’accesso alle risorse , per la sopravvivenza.

Chi l’ ha compiuto

Il furto è stato perpetrato dai poteri forti. Monsanto, per esempio, uno dei più potenti “signori della Terra” è riuscito in quaranta anni a diventare proprietario di più dell’82% dei brevetti sul vivente. La grande multinazionale americana domina in maniera quasi assoluta l’industria della vita. Lo stretto legame tra la potenza militare e politica USA sul mondo e la potenza economica, industriale e commerciale delle imprese americane è uno degli aspetti centrali del furto collettivo del mondo operato dagli USA.

Lo scandalo dei mutui subprime e quello del LIBOR menzionati nella prima parte mostrano che i soggetti forti del sistema finanziario sono i principali responsabili delle grandi crisi economiche degli ultimi trent'anni. Falsificando il Libor a loro vantaggio, le più grandi banche al mondo, hanno non solo falsato il funzionamento dell’economia mondiale per centinaia di trilioni di $ ma rubato al mondo migliaia di miliardi di $. Il 2 settembre 2013 si è appreso che un ladro notturno è stato sorpreso a rubare in un’abitazione di una città svizzera. “Scoperto”, ha tentato di scappare perdendo la sua carta d’identità. Acchiappato è stato condannato in direttissima ad otto mesi di carcere. I responsabili confessi della gigantesca truffa finanziaria del Libor non solo sono rimasti alla testa delle loro banche (con qualche eccezione) ma, in alcuni casi, hanno ricominciato una nuova “carriera” come alti responsabili di potenti organismi pubblici finanziari nazionali.

Fra gli autori del furto, per fare un altro esempio, c'è anche la tecno-oligarchia europea (Commissione europea, Consiglio dei ministri dell’UE, Banca Centrale Europea…). Questa ha fatto della riduzione delle spese di protezione sociale, dell’abbassamento dei livelli dei salari, della promozione della flexicurity e della riduzione delle tasse, il suo dogma assoluto. Ad esso, a partire dagli anni ’90, ha sacrificato il presente ed il futuro di decine di milioni di europei, favorendo l'arricchimento dei beneficiari di alti salari e detentori di grossi patrimoni. Nel dicembre 2012, autorevoli rappresentanti della „troika“ (Commissione europea, Banca centrale europea, FMI) hanno ammesso che il primato dato all'austerità è stato un errore. Ebbene, non solo le persone (più di un piccolo milione) che compongono la tecno-oligarchia europea non hanno perso un penny, ma si sono arricchite, ma continuano a predicare il culto dell'austerità. Parlare di furto non è un abuso di linguaggio.

I poteri forti hanno compiuto il furto attribuendo una soggettività normativa e programmatica pubblica a soggetti privati (imprese, azionisti, consumatori) e a meccanismi e strumenti quali i mercati finanziari, i fondi d’investimento speculativi (compresi i fondi di pensione), il rating, le tecnologie (OGM, gli standards Microsoft; Google…), trasferendo loro capacità di decisione quasi assolute in materia di appropriazione/proprietà, gestione, controllo (si pensi effettivamente al potere assunto dalle società di rating) ed uso delle risorse disponibili ed accessibili. Cosi facendo, hanno legittimato e legalizzato il dominio delle oligarchie, in simbiosi tra loro, le quali hanno imposto a centinaia di milioni di esseri umani un divenire non immaginato da loro, obbligato e escludente. Attraverso le fabbriche dell’impoverimento hanno trasformato il mondo delle regole (leggi e disposizioni amministrative), il mondo del governo ( istituzioni, organismi, procedure…), ed il mondo dei comportamenti (l’immaginario collettivo, le pratiche sociali ).

Con quali processi

Il furto si è concretizzato mediante:

  • - la mercificazione, e conseguente de-sacralizzazione, della vita. Ogni espressione di vita è stata ridotta a merce ed ad una relazione di scambio mercantile (il lavoro, la conoscenza, la salute, l’aria…) La sacralità della vita non è necessariamente legata alla trascendenza, al “divino”. Essa significa l’attribuzione alla vita (la con-sacrazione) di un valore assoluto in sè, non subordinato alla diversità e variabilità delle situazioni particolari. La sacralità dell’acqua, per esempio, in quanto fonte essenziale ed insostituibile di vita, significa che l’acqua è con-sacrata alla vita e per questo nessuna autorità, potere, soggetto può impedire ad altri l’accesso e l’uso dell’acqua per la vita, anzi ha l’obbligo di garantirli a tutti;
  • - la monetizzazione/finanziarizzazione della natura e delle relazioni umane. Le nostre società non credono più nel principio della “gratuità” della vita, dove per “gratuità” non si intende l’assenza di costi ma che questi, inclusi i costi monetari, sono presi a carico dalla collettività via la finanza/la fiscalità pubblica nel rispetto dei diritti di tutti. Da tempo siamo stati educati a credere che i costi necessari ed indispensabili per rendere accessibile ed usufruibile un bene, o un servizio, anche quelli essenziali per la vita, devono essere coperti dagli utilizzatori, dai “consumatori” mediamente il pagamento di un prezzo (o tariffa) fissato in funzione della quantità “consumata” e della qualità dell’acqua (da qui i principi adottati “chi consuma paga”, “chi inquina paga” che sono, a nostro avviso, in contraddizione con il principio del diritto all’acqua potabile ed ai servizi igienico-sanitari);
  • - l’imposizione delle logiche di appropriazione, accumulazione ed esclusione. Oggi, qualsiasi bene, naturale o artificiale, e servizi annessi, è passibile di appropriazione privata: un micro-organismo, una specie vegetale, la terra (e le risorse di superficie e sotterranee ad essa connesse), una foresta, il suolo urbano, i saperi, la sicurezza, l’educazione e la formazione, il patrimonio culturale di una città, la protezione civile… Il diritto di proprietà privata è incontestabilmente diventato uno dei rari diritti, se non l’unico, ancora realmente garantiti e protetti da parte delle classi dirigenti. Quest’ultime sono giunte a considerare l’appropriazione/proprietà comune collettiva come una forma inopportuna ed inutile, come è successo in Italia per la legge che ha vietato l’affidamento della gestione dei servizi idrici alle imprese pubbliche (abrogata dai referendum sull’acqua di giugno 2011). Se non ci fossero le resistenze e l’opposizione dei cittadini, i dirigenti al potere metterebbero fuori legge la proprietà comune pubblica collettiva. Noi Europei abbiamo perso, per esempio, la nozione di beni comuni europei. Il concetto di beni comuni mondiali è addirittura considerato un’utopia impossibile.

L’appropriazione privata si accompagna inevitabilmente della legalità della pratica dell’accumulazione e quindi dell’accumulazione rivale, escludente. Nell’accumulazione sta il germe della relazione asimmetrica arricchimento vs. impoverimento. L’accumulazione dei “titoli di proprietà” privata del suolo urbano e del capitale è alla base della speculazione urbana. Non c’è città per i cittadini fintantoché resterà l’accumulazione privata della proprietà urbana. In questo senso è importante di dissociare i beni comuni essenziali per la vita dai principi di appropriazione ed accumulazione fosse anche pubblica. Che la terra o le risorse energetiche, siano di “proprietà pubblica nazionale”, “demanio dello Stato” non è sufficiente a garantirne la salvaguardia e la promozione nel rispetto dei diritti di tutti i cittadini. Se la cultura dominante è quella della crescita del PIL e della competitività, lo Stato proprietario si comporta come un “grande” privato , un “privato collettivo” obbediente alla logica dell’accumulo della ricchezza (formalmente nell’interesse generale o nazionale). Il primato dato alle riserve monetarie ed alla stabilità del loro valore (a salvaguardia anche della capitalizzazione borsistica dell’economia mondiale) costituisce una illustrazione eloquente del furto della vita connesso all’accumulazione.

L’essersi opposta alla logica dell’accumulazione è il grande merito delle tesi sulla decrescita, per un’economia fondata sulla sobrietà, la cooperazione e la responsabilità. Pertanto, per quanto riguarda i beni ed i servizi essenziali ed insostituibili per la vita, l’appropriazione pubblica non deve significare una proprietà da e per accumulazione, ma deve tradursi nella pratica della responsabilità per il rispetto dei diritti umani universali e della vita sul Pianeta;

  • - la ri-affermazione della naturalità e del primato del dominio. È diventato sempre più frequente da parte dei dominanti mettere l’accento sui costi rappresentati dalla politica, dalla democrazia, dalla funzione pubblica, dall’esistenza dei sindacati, dall’imposizione di regole ispirate ai principi dei diritti e dell’eguaglianza tra uomini e donne, giovani ed anziani, nazionali e non-nazionali. Il discredito dei parlamenti e le campagne di criminalizzazione di coloro che si oppongono con forza alla predazione del territorio, delle città, dell’acqua e del diritto al lavoro, alla casa, alla salute, hanno occupato per anni le agende pubbliche.
  • - Lo stesso dicasi per l’esaltazione della meritocrazia e dei migliori/(“aristos” in greco significa migliore) e per le false verità tipo “il ricco è ricco perché ha lavorato per diventarlo, lo merita. Il povero invece è povero, è colpevole, perché ha preferito accomodarsi ed essere assistito”; “solo i più forti sopravviveranno”; “niente è gratuito” “il ricco è potente perché può avere tutto, può comprare”, “dobbiamo prima pensare ai nostri poveri”, “senza soldi non c’è speranza”, “senza crescita economica è inutile parlare di diritti”;
  • - l’accettazione dell’imperativo della competitività sulle risorse per la propria sopravvivenza come la caratteristica fondamentale della condizione umana individuale e collettiva. La creazione ad opera della Commissione europea dei “poli regionali di competitività” nel campo dell’acqua illustra la piena adesione della tecno-oligarchia europea ad una visione mercantile guerriera della “risorsa vitale”, ma rivela la sua miseria valoriale sul mondo; e, infine,
  • - l’atomizzazione e lo spappolamento delle relazioni umane e del vivere insieme. Essi sono la conseguenza diretta della mercificazione, privatizzazione e monetizzazione della vita e del principio della competitività per la sopravvivenza. Essi conducono alla negazione dell’esistenza dell’umanità in quanto comunità ed al rigetto della necessità e urgenza di un patto sociale mondiale sul divenire del Pianeta. Essi rivelano la miseria valoriale delle classi dirigenti più propense al pragmatismo cinico anziché al volontarismo solidale.
  • - Il futuro per i più forti, l’umanità dei migliori, la vita per il profitto… rappresentano in maniera iconoclastica, e non caricaturale, il furto da mettere fuori legge.
  • Il motore del triplice furto è il potere dato alla finanza di definire il valore di ogni „cosa“.

„Dichiarare illegale la povertà“ significa mettere al bando i fattori strutturali che hanno permesso e consentito al capitale privato di essere proprietario del lavoro umano e della vita. L’illegalità della povertà (e non dei poveri) non significa lottare per far sì che tutti gli esseri umani abbiano almeno più di 1,25 $ al giorno (questo è l''obiettivo dei dominanti del 1974, del 2000 e , nuovamente, del post-2015). Il giorno in cui il „reddito minimo“ quotidiano degli attuali poveri assoluti dovesse diventare 2 $ al 2020 e quello degli attuali poveri „relativi“ dovesse diventare 3 o persino 5 $ , ciò non significherebbe la fine dell’impoverimento. Le fabbriche della povertà resterebbero in piedi e continuerebbero a macinare esseri umani, risorse naturali, libertà, democrazia. Come si può dire che una società che fabbrica sempre di più pensionati a 400/500 euro mensili e dei „working poors“ a 800/1000 euro di reddito al mese si è liberata dalla povertà, dall'ingiustizia, dall'esclusione? Il problema dell'impoverimento non è legato alla redistribuzione (peraltro infima) del reddito prodotto ma alla finalità ed alle modalità di produzione della „ricchezza“ di un paese al servizio dei diritti di tutti. Noi non lottiamo principalmente contro la „povertà statistica“ , la „povertà da numeri“, la „povertà mistificata“, ma per una società diversa sul piano della giustizia, dell'inclusione, del rispetto della vita, e della fraternità e condivisione del futuro tra gli abitanti del Pianeta.

2. I processi di liberazione dall'impoverimento in Italia

Cosa s’intende per “Dichiariamo”? Il plurale designa chi? Non proponiamo che „noi “ si possa realizzare tutte le tappe del percorso di liberazione , in tutti i paesi… “Dichiariamo” significa l’affermazione dell’esistenza di un soggetto collettivo, in questo caso noi cittadini, in particolare Italiani, Belgi, Quebecois, Argentini… che hanno deciso di aprire un processo di mobilitazione civile e politica allo scopo di mettere fuorilegge le cause strutturali dell’impoverimento.

“Dichiariamo” esprime la volontà di essere presenti nel nostro tempo per partecipare in maniera costruttiva al divenire della società umana e della vita sul pianeta Terra.

“Dichiariamo” si traduce nell’affermare qualcosa (delle tesi, delle idee) per proporre, nel nostro caso, delle azioni di trasformazione radicale di fenomeni e processi sociali che, invece, sono considerati dai più come dei fatti “naturali”, inevitabili, riducibili ma non eliminabili.

Partiamo da un’affermazione negativa (l’illegalità della povertà) ma non ci fermiamo a questo stadio. L’atto della “dichiarazione” comporta la mobilitazione reale per la messa al bando di leggi, istituzioni e pratiche sociali nei paesi partecipanti all’iniziativa, e ciò in vista dell'obiettivo „immediato“', concreto, del 2018, che è l’approvazione di una risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite sull'impegno degli Stati membri di eliminare i fattori strutturali dell'impoverimento. La risoluzione ottenuta, proseguiremo il percorso di mobilitazione per un „mondo libero dall'impoverimento”.

“Dichiariamo” è l’inizio di un impegno cittadino , di coscientizzazione e di lotta, i cui confini, energie e soggetti sono da costruire cammin facendo. L’impegno è preso e sarà perseguito oltre che in Italia da soggetti molto diversi e attivi in paesi come, si spera, l’Argentina, il Québec, il Marocco, la Malesia, le Filippine, il Belgio… Gli accenti, le idee, le proposte potranno mutare nell’arco di tempo dei prossimi cinque anni ma gli immaginari, le convinzioni, gli obiettivi sono e resteranno il risultato di uno scopo e di percorsi comuni. La messa fuorilegge dei fattori alla base dell’impoverimento sarà il frutto di una nuova ibridazione civile e sociale transnazionale e contribuirà alla costruzione degli elementi fondativi di un nuovo Patto sociale mondiale coerente con la mondialità della condizione umana e della vita sul Pianeta Terra.

Come abbiamo visto nel corso delle analisi delle strategie di riduzione e di eliminazione dell’impoverimento, i fattori chiave all’origine dei processi d’impoverimento in Italia, sono le ineguaglianze di reddito e di patrimonio rafforzate dalla finanza speculativa, l'uso delle tecnologie sostitutive del lavoro, la flexicurity, le credenze sulla “naturalità” della povertà, il primato politico dei mercati finanziari, la perversione dello sviluppo sostenibile, l'infestazione dell’ONU ad opera dei grandi gruppi transnazionali privati, l'economia di guerra, il buonismo, i comportamenti caritatevoli, i vecchi e nuovi localismi e forme di razzismo e di classismo, l’idolatria per il mercato, l’opzione in favore dei ricchi, l’ideologia dell’ineguaglianza, la potenza crescente delle oligarchie, la crisi della rappresentanza democratica, l’atomizzazione sociale, lo smantellamento della società e dello Stato dei diritti, la criminalizzazione dei poveri. La lista è lunga!

Le fabbriche dell’impoverimento utilizzano tre strumenti principali per produrre povertà; “il mondo delle regole” (le leggi e le disposizioni amministrative) , “il mondo del governo” (le istituzioni), “il mondo delle pratiche sociali e collettive” (credenze, stereotipi, comportamenti diffusi, controllo sociale…).

I nodi da sciogliere in Italia

I nodi da sciogliere in Italia sono costituiti dall'attorcigliamento dei processi, situazioni e comportamenti su tre assi fondamentali del vivere insieme:

  • - la cittadinanza, trasformata nel regno delle esclusioni e delle discriminazioni;
  • - la giustizia, stravolta dalla cultura delle ineguaglianze e dei non-diritti;
  • - la democrazia, usurpata dalle oligarchie e dal dominio dei privilegi.

L’Italia è un paese ricco e variegato per quanto riguarda le fabbriche dell’inevitabilità e dell’ineguaglianza. Il postulato sulla inevitabilità delle disuguaglianze e sulla condizionalità dei diritti è molto diffuso in tutte le categorie sociali: si pensi alle idee sulla “diseguaglianza” tra le regioni del Nord e del Sud. I divari tuttora persistenti dopo più di 140 anni di politiche miranti a risolvere “la questione meridionale” aiutando i poveri del Sud a “uscire” dal “sottosviluppo”, hanno avuto almeno due risultati contrastanti: da un lato, far credere che la storia avrebbe confermato la tesi che le diseguaglianze sarebbero “genetiche” e che non potranno mai essere eliminate; dall’altro, il sospetto che il perdurare delle diseguaglianze sia principalmente dovuto all’incapacità intrinseca delle politiche adottate di risolvere i problemi . Il che spiegherebbe le ragioni per le quali, dopo un breve periodo di 25-30 anni marcato dall’espansione del welfare e da una riduzione delle diseguaglianze, queste abbiano ripreso a crescere per raggiungere nelle regioni del Sud un livello di povertà assoluta due volte superiore a quello delle regioni del Nord. In questo quadro, operano facilmente le idee sulla meritocrazia che hanno condotto in Italia ad una duplice controrivoluzione fondata sull’eliminazione del principio di eguaglianza nei diritti: la prima, con la riforma del sistema educativo ed universitario secondo il modello USA; la seconda con lo sfacelo, anticostituzionale, della legislazione nel campo del lavoro. Lo stesso vale per le concezioni sull'“aristocrazia necessaria”, sul ruolo indispensabile dei competenti, dei “tecnici”. E che possono fare i “tecnici” una volta messi al potere se non premiare i migliori ed i loro pari, favorire le regioni più sviluppate ed agguerrite per la competitività internazionale, sostenere i redditi da capitale supposti alimentare gli investimenti per la crescita?

Specie negli ultimi anni, abbiamo assistito agli effetti bloccanti di una delle false verità più dure a morire, di cui abbiamo parlato: la colpevolezza dei poveri per essere poveri ed il merito dei ricchi per essere ricchi. Fintantoché questa “convinzione” resterà nella testa della gente, persino in quella degli impoveriti, sarà particolarmente difficile concepire e mettere in opera efficaci politiche di liberazione dall’impoverimento.

Le fabbriche dell’esclusione e dell’ingiustizia, alimentate dalle politiche dei privilegi e delle discriminazioni, hanno trovato nello smantellamento del welfare la loro fonte di energia. Pensiamo alla progressiva riduzione/eliminazione delle discriminazioni positive in favore delle categorie sociali più deboli. È il caso delle misure riduttrici per il sostegno scolastico pedagogico e sociale, per i servizi a favore delle donne in situazioni di maternità, per le cure mediche d’urgenza per le gl stranieri illegali, per le famiglie con adulti senza lavoro e, nel senso contrario, di misure miranti a promuovere una tassazione favorevole ai gruppi sociali più forti, più ricchi.

Non occorre menzionare le discriminazioni di cui da 15 anni in poi sono diventate vittime privilegiate, in termini di discriminazione e di controlli amministrativi e sociali, certi non-nazionali europei (i rumeni ed i bulgari, per esempio) ma soprattutto gli extra-comunitari e gli immigrati di colore. Conoscendo le gravi discriminazioni di cui sono stati oggetto nel passato gli emigrati italiani, molti europei non capiscono i fenomeni di razzismo diffuso manifestato dagli Italiani nei confronti degli immigrati africani neri. È un’indecenza, di cui noi Italiani siamo in parte collegialmente responsabili, il fatto che il senatore Calderoli, vice presidente del Senato italiano, abbia potuto esprimere pubblicamente sentimenti razzisti nei confronti di un Ministro della Repubblica la signora italiana Cecile Kyenge di origine congolese e che non sia stato espulso per indegnità dal Senato. Come mai i rappresentati politici eletti del Parlamento che hanno prestato giuramento di rispettare fedelmente i principi della Costituzione italiana si sono limitati a semplici reazioni “indignate” per poi, in pochi giorni, mettere in oblio il caso? In qualsiasi altro paese civile e democratico del mondo, l’indegno senatore si sarebbe subito dimesso. Di fronte a siffatto disprezzo delle più basilari regole del vivere comune civile, il Gruppo Promotore di “Dichiariamo illegale la povertà” ha inviato il 16 luglio 2013 una lettera aperta (qui di seguito) al Presidente della Repubblica chiedendo un suo intervento appropriato (che non ci è stato).

=== Lettera aperta al Presidente della Repubblica al Presidente del Senato - Senatore Pietro Grasso alla Presidente della Camera - Onorevole Laura Boldrini ===

ESPULSIONE DEL SENATORE CALDEROLI DAL PARLAMENTO ITALIANO Appello alla coscienza umana e civile del popolo italiano

Noi gruppo promotore dell'Iniziativa Dichiariamo IIlelgale la Povertà - Banning Poverty 2018, richiediamo che il vicepresidente del Senato, il Senatore Calderoli cioè il vice secondo più alto personaggio della Repubblica, sia espulso dal Parlamento perché indegno di continuare a rappresentare la Repubblica Italiana ed il popolo italiano a seguito delle sue dichiarazioni razziste e maschiliste brutali sulla Signora Cècile Kyenge, „nera africana e donna“, ministra della Repubblica Italiana.

Accettare che resti membro del Parlamento significa da parte di tutti noi, condividere lo sfregio fatto alla dignità umana, alla dignità del Parlamento, alla dignità degli italiani. Inoltre accettare scuse, rettifiche od altre soluzioni ipocrite dette di riparazione significa da parte nostra accettare, l'indifferenza nei confronti della violazione aperta ed esplicita dei principi di onore e di rispetto della Costituzione italiana.

Via il senatore Calderoli dal parlamento che ha disonorato. Via l'indegnità dal Parlamento italiano.

Dichiariamo Illegale la Povertà-Banning Poverty 2018

Gruppo Promotore

Adami Gloria (Cospe, Verona), Amoroso Bruno (Centro studi economico F. Caffé, Univ. Di Roskilde, DK), Angelucci Elisabetta (Nuovi Stili di Vita, Reggio Emilia), Bacciotti Elisa (Oxfam Italia), Baranes Andrea – Morreale Antonio (Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Roma), Barbera Guido (Cipsi-Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale, Roma), Bertell Lucia (Cooperativa Studio Guglielma, Verona) Capecchi Vittorio (Università di Bologna), Ceriani Giovanni (Work in Progress, Verona), Ciervo Margherita (Comitato Pugliese Acqua Bene Comune), Ciotti Luigi (Gruppo Abele – Libera), Cruccolini Eros (Sinistra per Firenze), Francuccio Gesualdi (Coordinamento Centro Nuovo Modello di Sviluppo), Ghibelli Pierluca (Consorzio Cooperative Sociali CGM, Roma), Kidané Elisa-Cugini Jessica (Rivista Combonifem, Verona), Libanti Paola - Mazzer Alessandro (Ass. Monastero del Bene Comune), Maruca Stefano (Fiom), Menin Mario (Rivista Missione Oggi, Brescia), Mestrum Francine (Global Justice Network, Bruxelles), Melandri Eugenio (Ass.Chiama l'Africa), Mileto Palmiro – Gonzales Enrico (Comboniani, Bari), Musacchio Roberto (Ass. Osservatorio Europa, Roma), Nicoletto Silvano (Comunità Stimmatini di Sezano, Verona), Perrone Nicola (Rivista Solidarietà internazionale, Roma), Petrella Riccardo (Università del Bene Comune, Bruxelles), Petrucci Giampaolo (Agenzia di stampa Adista, Roma), Rossi Achille - Rossi Enzo (Rivista L’Altrapagina, Città di Castello), Sentinelli Patrizia (Ass. Altramente, Roma), Spanti Demetrio (Scuole per il bene comune), Teodosi Nicoletta (Collegamento Italiano Lotta alla Povertà, Roma - European Anti Poverty Nework), Tresoldi Efrem – Zordan Raffaello (Rivista Nigrizia, Verona), Vermigli Antonio (Rete Radié Resch), Zanotelli Alex (Rivista Mosaico di Pace)

Di indecenza, l’Italia è diventata famosa in questi anni non solo per i bunga-bunga dell’ex-Primo ministro, ma in particolare per i suoi sindaci sceriffi che hanno lanciato le crociate dette “securitarie” moltiplicando le azioni e le disposizioni legislative ispirate da una volontà di esclusione, penalizzazione e criminalizzazione degli immigrati, specie di colore, e degli irregolari/“clandestini”. L’Italia non è più né il “Bel Paese”, né il “Buon Paese”. A nulla è servito in questi ultimi anni in Italia mostrare dati e risultati delle ricerche in materia di esposizione/propensione alla criminalità secondo le categorie sociali ed i gruppi umani. La credenza razzista/classista che i poveri siano “naturalmente” più potenziali criminali dei non-poveri resta molto diffusa (si pensi a come sono “visti”e trattati i Rom).

Prima ancora degli effetti provocati dalla grande ondata della globalizzazione neoliberista, le fabbriche della predazione hanno trovato in Italia un terreno fertile nella testura oligarchica e, per certi versi “feudale” della società e dell’economia italiane. Il dissesto del territorio e le devastazioni del Bel Paese denunciate fin dagli anni ’60 non hanno riguardato solo le regioni del Meridione ma tutte le regioni. La corruzione endemica e l’avvenimento al potere alla fine degli anni ’80 di una classe politica culturalmente rozza, protesa all’arricchimento individuale e la difesa dei privilegi acquisiti, hanno accentuato i processi di crescente degrado economico e sociale dell’Italia rispetto agli altri paesi del G8 e del G20 (rimandiamo alla figura 3). Incurante dei principi costituzionali e dello Stato di diritto, e nascondendosi dietro l’alibi delle imposizioni provenienti dall’Europa, le classi dirigenti italiane non hanno trovato di meglio che di trincerarsi dietro gli imperativi della difesa della sicurezza economica finanziaria, agricola, energetica, idrica… “nazionale”. Hanno così risvegliato e rafforzato nel tessuto sociale italiano il morbo dell’economia-guerra dove la conquista dei mercati e l’arricchimento dei proprietari di capitali e delle imprese (piccole, grandi, multinazionali che siano) sono stati propagandati come il legittimo bottino a ricompensa del merito, dell’ingegnosità e del rischio. La debolezza del governo italiano e delle altre componenti dell’economia italiana di fronte alle pratiche egemoniche predatorie (non solo nel campo del lavoro) dell’amministratore delegato del gruppo FIAT la dice lunga sulla potenza delle fabbriche della predazione.

Come in altri paesi europei e fuori dell’Europa, gli slogans “First Italy”, “Buy Italy” sono stati utilizzati come n paravento al servizio degli interessi dei potenti. Inoltre, la sicurezza detta “nazionale” si è trasformata sovente e rapidamente in sicurezze “regionali”: “Prima i Veneti”, “First Piemonte”, “l’energia per la Lombardia” “l’acqua per l’agricoltura”. Da concezioni economiche ispirate a visioni guerriere (le “guerre dell’acqua”, le “guerre delle sementi”, le “guerre del gas”…) ,lo slittamento verso un’economia centrata sul controllo sociale, poliziesco (lo „Stato penale“), e su forme parziali di militarizzazione delle città, in particolare delle periferie , non è stato difficile.

In questo contesto si capisce perché in Italia, la predazione più importante si è concentrata sul lavoro ed il diritto al lavoro, sulla finanza pubblica e sui beni comuni pubblici.

Risultato generale: l’Italia è stata trasformata in una società fondata sulla precarietà del lavoro, del reddito e dell’esistenza. L’esplosione delle cooperative di lavoro da caporalato ne è l’espressione la più emblematica, dolorosa ed indegna di un popolo civile.

Il lavoro retribuito, salariato, resta la chiave “universale” di apertura di quasi tutte le porte di “entrata” nella società. Ebbene i dirigenti italiani ed europei hanno deciso di staccare il legame fondamentale tra lavoro, reddito e diritti ma non nel senso buono e cioè di garantire i diritti ed un reddito indipendentemente dal lavoro retribuito, ma in quello cattivo, cioè di negare i diritti ed un reddito di esistenza in assenza di lavoro retribuito. De-costituzionalizzando il lavoro – l’art.1 della Costituzione italiana afferma che l’Italia è una repubblica (res publica) fondata sul lavoro – i nostri dirigenti hanno rovinato il patrimonio valoriale sulla vita e sul vivere insieme dei cittadini italiani contenuto e difeso dalla Costituzione. È sul versante della ri-costituzionalizzazione del legame lavoro/reddito/diritti che è urgente e prioritario lottare.

Dalla centralità della precarietà dell’esistenza alla centralità della sicurezza del vivere insieme

Il percorso “Dalla centralità della precarietà dell’esistenza alla centralità della sicurezza del vivere insieme” (figura 4,qui di seguito)

Figura 4 (La “chiocciola”)

Parte da quattro passaggi di de-costruzione delle fabbriche: eliminare le leggi, le istituzioni e le pratiche che hanno promosso e imposto la mercificazione della vita (“passaggio 1”), de-mercificare il lavoro e abolire le cooperative di lavoro da caporalato (“passaggio 2”), campagne nazionali di sensibilizzazione contro gli stereotipi: “la sicurezza sociale è un lusso”, “il pubblico è uno spreco, il privato è bello” (“passaggio 3”); lottare a tutti i livelli contro la politica che fa dell’educazione lo strumento chiave della selezione dei migliori (“passaggio 4”).

L’opera di ri-costruzione sarà lunga e difficile. Anche il linguaggio che ora useremo per descriverne i vari passaggi sarà piuttosto pesante, certamente non da romanzo di avventure.

Ri-costituzionnalizzare il legame lavoro-reddito e diritti passa paradossalmente (solo in apparenza) dalla dissociazione tra reddito, lavoro e diritti (“passaggio 5”) di cui si è trattato a proposito delle strategie centrate sul reddito e la sua redistribuzione. Oggi più che mai, il diritto ad una vita decente è legato al fatto di esistere e non all’accesso ad un lavoro retribuito o a rendite. È importante riconoscere che il diritto universale all’esistenza deve essere garantito dalla disponibilità e accessibilità ai beni e servizi essenziali ed insostituibili per la vita grazie a dispositivi e strumenti “fuori dai meccanismi di scambio monetari dell’economia capitalista”. Fra questi, la presa a carico dalla finanza pubblica della copertura dei costi totali (monetari e non monetari) di detti beni (“passaggio 13”); la costituzione di cooperative pubbliche per la gestione diretta di certi beni e servizi (specie in agricoltura, nel campo ambientale, nel settore dell’abitato…) (“passaggio 10”); la promozione di forme di dono, di auto-aiuto, di condivisione, di banche di beni e servizi comuni; la ri-costruzione di banche pubbliche, di casse di risparmio pubbliche, di banche realmente cooperative e non come le attuali la cui logica è piuttosto quella di essere delle banche “competitive” sui mercati e non “cooperative” di prossimità (“passaggio 10”); la creazione di “monete locali”. Su queste basi, la disponibilità e l’accessibilità di cui sopra si traducono in un reddito sociale reale di cui può fare parte costitutiva o aggiuntiva, il reddito monetario derivato da attività di lavoro o di prestazioni di servizi monetarizzati. In realtà, una cosa è l’accesso all’acqua per la piscina ed un’altra la disponibilità e l’accesso a 50 litri d’acqua potabile al giorno per persona in quanto diritto umano riconosciuto dall’ONU nel luglio 2010 (“passaggio 7”); una cosa è una vacanza sul Nilo od un week end a Mosca ed un’altra è la disponibilità e l’accesso ai medicinali ed ai servizi di salute (“passaggio 8”) che non si devono meritare ma sono un diritto; una cosa è la cura del proprio corpo nei locali fitness ed un’altra è la disponibilità e l’accessibilità agli asili infantili od alle case di soggiorno per anziani o ai servizi a domicilio.

Da un lato, per accedere ai beni e servizi, c'è l’obbligo giustificato di un pagamento, dall’altro c'è il diritto di accesso in quanto essere umano, cittadino, membro della comunità umana, secondo le modalità di cooperazione, mutualità, partecipazione e solidarietà fissate dalla collettività.

È evidente che un reddito sociale reale come da noi definito non è possibile se si mantiene il principio della proprietà privata intellettuale sul vivente (specie microbiche, vegetali animali, umane…). Il diritto di autore su un libro od un disegno, così come il diritto industriale su un materiale plastico o composito o su un meccanismo interno al funzionamento di un distributore automatico di denaro, non toglie niente a nessuno, anzi può contribuire al miglioramento delle condizioni di vita o della produzione di beni e servizi. Il diritto di proprietà privata intellettuale sul vivente cioè il diritto esclusivo di proprietà e di uso per 25 anni o più su elementi e forme di vita, è inaccettabile (“passaggio 6”), perché si traduce nella legalizzazione del potere accordato a grandi imprese private attive a scopo di lucro di appropriarsi di una ricchezza collettiva, un patrimonio di conoscenze “accumulate” nel corso di centinaia e migliaia di anni di lavoro, di ricerche, di esperienze collettive, fino a poco tempo fa condivise e “libere” (aperte). I brevetti sul vivente sono un furto (di vita, di umanità e di futuro). L’argomento in favore della brevettabilità del vivente fondato sui costi della ricerca e quindi sull’incentivo da accordare affinché le grandi imprese continuino a fare ricerca è del tutto specioso. La ricerca non è, né lo deve essere, un’attività monopolio del privato. Anzi, noi pensiamo che la ricerca sul vivente deve essere essere essenzialmente pubblica. Inoltre, più sovente che raramente, i lavori di ricerca fondamentale delle grandi imprese, alla base delle innovazioni prodotte dalla ricerca applicata, sono finanziati, sovvenzionati, dai poteri pubblici. Infine, com’è possibile per una collettività umana mantenere il potere di decisione, controllo e valutazione sulle spese pubbliche nel campo della salute, della protezione dell’ambiente, dei servizi idrici, della sicurezza alimentare se sono le imprese private che detengono la proprietà sul vivente e fissano il valore /prezzo dei beni e servizi corrispondenti? Altro che “politica di riduzione del debito pubblico e delle spese pubbliche”. Una grossa fetta dell’aumento delle spese pubbliche in Europa è dovuta all’aumento dei prezzi delle medicine e delle prestazioni medico-sanitarie oramai quasi interamente mercificate e privatizzate. L’industria farmaceutica è il solo settore industriale ad avere registrato negli ultimi 50 anni una permanente crescita de del fatturato e dei profitti.

Sulla mercificazione e la privatizzazione della vita, una grande responsabilità riviene alle politiche liberiste imposte dalla tecno-oligarchia europea a partire soprattutto dal 1992 con il Trattato di Maastricht. “Maastricht” ha imposto la realizzazione del mercato unico europeo senza però definire e attuare le indispensabili politiche europee comuni. Creare un mercato unico integrato su scala europea tra economie profondamente ineguali senza dotare, deliberatamente, l’Unione di reali politiche comuni è stato un grande errore. Le conseguenti misure di liberalizzazione, deregolamentazione e privatizzazione “imposte” in nome di vincoli dettati da un “meccanismo” (il mercato unico) hanno lasciato le economie , i settori e i soggetti più deboli in balia deglli interessi dei gruppi economici più forti. Lo stesso è accaduto per la moneta unica, l’euro, la cui creazione non è stata accompagnata dalla costituzione di un governo politico reale europeo democratico e solidale. Gli interessi dei gruppi dominanti delle economie più forti, quelle della zona ex marco tedesco, hanno travolto il resto. La “troika” (UE, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) non ha fatto che registrare e validare con i trattati degli ultimi tre anni fra i quali spicca il Patto Monetario e Fiscale, uno stato di fatto da lei stessa creato.

Battersi per un nuovo “Patto sociale, monetario e finanziario europeo” messo al servizio di un’Europa dei beni comuni (“passaggio 9”) è, per conseguenza, un passaggio d’importanza cruciale. “Uscire dall’euro attuale” - indispensabile – non significa mettere fine alla moneta unica ma, per l’appunto, costruire un nuovo sistema monetario e finanziario realmente europeo al servizio di un welfare europeo ancor più giusto e liberatore di quanto lo è stato “il welfare nazionale del ‘900”.

Strettamente associate ad esso (in senso bi-direzionale) sono le azioni di ri-costruzione del territorio come bene “comunitario” (non solo nel senso legato alle collettività territoriali quali i Comuni) (“passaggio 11”) e quelle miranti a “ri-cittadinare la città” (“passaggio 12”). Ri-costruire il territorio come bene comunitario si basa sul riconoscimento che il territorio è un oikos (luogo di vita) costruito dalle comunità umane per vivere insieme. Per cui, ri-cittadinare la città significa cercare di “fare città”, in quanto spazio di vita di soggetti (persone, gruppi familiari, categorie sociali) portatori di diritti collettivi e di responsabilità comuni e che, per questo, sono riconosciuti come “cittadini”.

Ricostruire il territorio e ri-cittadinare la città sono due “prospettive” chiave dell’orizzonte globale della trasformazione societale proposta da “Dichiariamo illegale la povertà”. Esse danno senso, localmente, all’alleanza globale necessaria tra gli abitanti della Terra (Patto sociale mondiale) per dare un valore comune alla vita, non mercificato, non escludente, non elitista.

Più gli abitanti della Terra s’inseriscono in questa prospettiva, più sarà loro possibile di agire in favore sia del “riconoscimento dell’umanità come soggetto giuridico e politico” (“passaggio 14”), sia di una pratica della “sovranità e della sicurezza condivise, comuni” (“passaggio 15”) di cui, per l’appunto, l’umanità dovrebbe essere responsabile. L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), per quanto meritoria possa essere la sua esistenza e azione, resta un’istituzione di “governo” della comunità mondiale particolarmente debole e sempre di più sottomessa agli interessi dei grandi gruppi mondiali privati. Inoltre, come dimostra il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, la sicurezza mondiale non è ancora una nozione accettata e praticata. La nozione che prevale è quella della sicurezza delle attuali potenze militari e politiche, cioè di una piccola minoranza di Stati. Il fallimento dei negoziati multilaterali dell’ONU in materia di ambiente e di cambiamento climatico evidenziano il fatto che anche la “sicurezza ambientale” non fa parte ancora dei beni comuni, dell’agenda comune, della volontà di vivere insieme a livello mondiale. Occorre superare i concetti di sovranità assoluta degli Stati in materia di proprietà, uso e controllo delle risorse “nazionali” e progredire sulla via di una “comunità mondiale” fondata su una nuova maniera di intendere e praticare “la sovranità” e la “sicurezza”. Peccato che l’Europa abbia cessato di essere, per il momento, un modello concreto di organizzazione politica ed economica “sovranazionale” i cui Stati membri abbandonano il ricorso alla guerra come strumento (peraltro illusorio) di risoluzione dei loro problemi.

La cecità della tecno-oligarchia europea è responsabile della crisi della sovranazionalità in Europa. La riconquista del potere sovrano da parte degli Stati “nazionali” dietro l’alibi che così si ridà la sovranità ai popoli è andata a vantaggio non dei cittadini ma dei gruppi oligarchici nazionali parte integrante delle oligarchie mondiali. Verosimilmente, questa involuzione non è senza rapporto con le aggressioni contro l’Irak (anglo-americana), contro l’Afghanistan (occidentale), contro la Libia (franco-inglese) e la guerra in Siria.

Lungi dall’aver favorito un percorso di pacificazione mondiale, la disparizione dell’URSS nel 1989 ha fatto credere agli Stati Uniti, rimasti la sola grande potenza egemonica militare e politica mondiale, di poter organizzare il mondo a loro guisa. A quasi 25 anni dalla fine del duopolio USA/URSS, le spese militari mondiali restano su livelli mai eguagliati anche nei momenti più critici della guerra fredda, gli USA restando di gran lunga i primi della classe. Ma le “nuove potenze” mondiali, Cina, Russia, Brasile ed India non sembrano disposti a lasciare loro il primato. Secondo i dati pubblicati annualmente dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) le spese militari mondiali sono state nel 2012 pari a 1.753 miliardi di dollari in termini reali (2,5% del PIL mondiale) (cinque volte superiori alle somme allocate nello stesso anno dai paesi ricchi all’aiuto allo sviluppo dei paesi poveri, somme che, peraltro, nel tempo si traducono per i paesi “donatori” in ritorni finanziari più elevati).

All’inizio di “Le fabbriche della povertà” abbiamo denunciato il governo indiano che continua a dedicare in priorità parte del suo PIL alle spese militari, sacrificando gli investimenti destinati a salvare dalle malattie e dalla morte prematura centinaia di milioni di Indiani. In un’altra lettera pubblica al Presidente della Repubblica italiana (“Se i poveri fossero degli F35”), il Gruppo promotore della DIP ha domandato perché, negli stessi giorni in cui l’ISTAT ha pubblicato cifre drammatiche sulla crescita dei poveri e della disoccupazione giovanile in Italia, lo Stato ha deciso di allocare tra i 12 e 15 miliardi di euro per l’acquisto di 90 F-35 (aerei da caccia) ed imposto come assolutamente necessario (per mancanza di risorse !) la riduzione delle spese sociali?

“ Se i poveri fossero degli F-35”

Lettera aperta al presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano del gruppo promotore dell’Iniziativa Internazionale „Dichiariamo Illegale la Povertà – Banning Poverty 2018“.

Illustre Signor Presidente,

La ringraziamo per aver dimostrato apertamente, senza ipocrisia, a seguito della decisione presa dal Consiglio Supremo della Difesa da Ella presieduto, che se i poveri (gli impoveriti), in particolare, l'armata dei milioni di giovani senza alcuna prospettiva di occupazione futura, fossero una squadra di F-35 farebbero l'oggetto privilegiato di massicci investimenti; se il lavoro fosse un F-35 ci sarebbero tanti miliardi da „spendere“ in barba al „debito“ pubblico; se le scuole fossero una pattuglia di F-35 esse sarebbero rapidamente modernizzate e potenziate; se gli ospedali fossero principalmente dei luoghi di morte e non di cura essi riceverebbero una valanga di miliardi di euro; e, infine, se il Parlamento italiano fosse uno spazio aereo di guerra anziché uno spazio pubblico dove il popolo sovrano è democraticamente rappresentato (almeno in Italia…) le sue risoluzioni non sarebbero rigettate perché accusate, anche da Lei, supremo garante della Costituzione italiana che all'art.11 afferma che l'Italia ripudia la guerra ed all'art.1 che l'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, di costituire un veto „su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell'Esecutivo”. Se v'è stata prevaricazione da parte di una istituzione non è certo il Parlamento ad averla compiuta.

Grazie ai membri del Consiglio Supremo della Difesa per aver reso chiaro, ancora una volta, che la ricchezza dei mezzi esiste per le opere di guerra (pardon, di pace…) ed è proprio per questo che essa è fabbrica di impoverimento rendendo scarsi i mezzi per le opere di giustizia. Grazie per aver messo in evidenza che le logiche del dominio dei potenti e dei loro interessi hanno prevalso, anche sotto la Sua presidenza, sulle logiche dei diritti dei cittadini ad una vita umanamente degna e dei diritti dei popoli alla democrazia.

Gruppo promotore dell'iniziativa „Dichiariamo Illegale la Povertà/ Banning Poverty 2018“ Paola Libanti, Elisabetta Angelucci (Ass.Monastero del Bene Comune); Riccardo Petrella (Prof. Emerito Università di Lovanio); Silvano Nicoletto (Comunità Stimmatini di Sezano); Alessandro Mazzer, Giovanni Ceriani (Università del Bene Comune); Bruno Amoroso (Prof. Emerito Università di Roskilde); Elisa Kidané, Jessica Cugini (Rivista Combonifem); Guido Barbera (CIPSI - Coord.Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale); Nicola Perrone (Rivista Solidarietà Internazionale); Nicoletta Teodosi (Collegamento Italiano Lotta alla Povertà - European Anti Poverty Network); Eugenio Melandri (Assessore comunale, Genzano); Alex Zanotelli (Comboniano); Roberto Musacchio, Patrizia Sentinelli (Rete Altramente); Giampaolo Petrucci (Rivista ADISTA); Gloria Adami (COSPE - Cooperazione per lo Sviluppo Paesi Emergenti); Antonio Morreale (Fondazione Culturale Responsabilità Etica); Achille Rossi (Doposcuola di Riosecco); Enzo Rossi (Rivista Altrapagina); Sergio Caserta (Circolo Il manifesto di Bologna); Vittorio Capecchi (Rivista Inchiesta); Antonio Vermigli (Rete Radié Resch); Michele Dorigatti (Saggista)

NB Le associazioni/riviste menzionate sono solo l'organizzazione di riferimento.

Uno degli argomenti addotti, sconcertanti, per spiegare un tale comportamento è stato quello di evidenziare che le spese militari non sono incluse nel calcolo del rapporto debito pubblico/PIL e quindi non cascano sotto la scure dell’austerità dell’UE, le spese sociali sì! Un mondo al rovescio.

Da qui, l’inevitabile pressione popolare per “Disarmare il militare” (“passaggio 16”) e le azioni in favore di “saper vedere l’altro” (“passaggio 17”). Si tratta di due obiettivi per le quali generazioni intere si sono battute e si battono da decenni in tutto il mondo. I progressi sono minimi, ma non si può non continuare. “Togliere il denaro alla guerra” passa dal “sapere apprendere a dire buongiorno all’altro”, dal riconoscere che l’altro è la condizione indispensabile per la propria esistenza. L’altro, lo si sa, non è il nemico per definizione né per natura. Certo è facile a dirlo e molto difficile da concretizzare. Ma tutti i progressi umani e sociali hanno domandato tempo, grande impegno e perseveranza di generazioni. Eliminare i fattori strutturali dell’impoverimento appartiene a questa categoria di progressi.

Tutto sommato, liberare la vita, l’umanità ed il futuro dalle logiche del dominio e della predazione esige dei cittadini e dei popoli capaci di profezia e di responsabilità (“passaggio 18”), sapendo che non c’è alcuna scuola al mondo, nemmeno le scuole di management, che può insegnare come diventare “capaci di profezia” e responsabili. Lo si diventa, camminando insieme agli altri.

Ecco le azioni che contiamo proporre di condurre insieme in Italia nel corso dei prossimi cinque anni.

3. LE PROPOSTE

Esaminando più sopra i nodi da sciogliere in Italia per mettere al bando i processi d’impoverimento, abbiamo messo in risalto la centralità di tre assi : la cittadinanza, la giustizia, la democrazia e, abbiamo fatto notare che le fabbriche della povertà hanno trasformato la cittadinanza nel regno delle esclusioni e delle discriminazioni, stravolto la giustizia in una cultura delle ineguaglianze e dei non-diritti, e usurpato la democrazia lasciando piena libertà alle oligarchie ed alla potenza dei forti.

Lo scopo guida delle azioni proposte è di contribuire, partendo da alcuni paesi, a ridare un futuro alla cittadinanza, alla giustizia, alla democrazia nell’immaginario collettivo e nel divenire delle nostre società.

A tal fine, proponiamo di articolare l’Iniziativa “Dichiariamo illegale la povertà” in TRE CAMPAGNE

  • C1 METTIAMO FUORI LEGGE LA FINANZA PREDATRICE
  • C2 DIAMO FORZA AD UN'ECONOMIA DEI BENI COMUNI
  • C3 COSTRUIAMO LE COMUNITA DEI CITTADINI

LA CAMPAGNA “METTIAMO FUORILEGGE LA FINANZA PREDATRICE”

La campagna perseguirà tre finalità principali:

  • - contrastare e rimuovere le forme speculative e di rendita che impediscono alla moneta e alla finanza di svolgere il ruolo che compete loro, cioè sostenere le attività economiche e sociali (pubbliche e private) nell'interesse generale, giusto e solidale. Il sistema attuale non lo permette. Occorre ridare alla finanza la sua funzione “naturale” di legame tra risparmio ed investimento;
  • - valorizzare le forme di credito e di risparmio popolare, cooperativo, etico e mutualistico, togliendo alla finanza il carattere illiberale, predatorio, antisociale;
  • - restituire la “sovranità” ai cittadini ed alle istituzioni politiche da essi create (Stati, Comuni, Regioni, Organismi sovra-“nazionali”…): una sovranità, condivisa e partecipata, delle scelte politiche e dei poteri di guida , di controllo e di sanzione, il tutto nella prospettiva di promuovere il bene comune. Il XXI° secolo non deve restare nella storia come il secolo che ha dato alla finanza speculativa la guida del volante dell’automobile e messo il potere politico rappresentativo eletto nel sedile posteriore se non addirittura nel cofano.

A tal fine proponiamo la realizzazione delle seguenti azioni prioritarie (AP):

☸ Via i rapinatori dal sistema della finanza ( AP 1 )

I disastri provocati dagli scandali e dalle razzie finanziarie (per molti anni si è parlato della finanza come di un campo di conquista lasciato alla libertà dei raiders) sono stati quantificati in parecchie migliaia di miliardi di $. Il PIL mondiale è stato nel 2012 di 72.000 miliardi di $. Sovente, alla base degli scandali e delle razzie si trovano remunerazioni (e premi, bottini..) individuali assurdi per i grandi “capi” d’imprese, i traders, i raiders, gli speculatori. Vi contribuisce ugualmente l’aver permesso di mettere in Borsa titoli di Stato , fondi di pensione, beni e servizi essenziali per la sicurezza collettiva. I super alti salari sono esplosi a partire dagli anni ’80 in congiunzione con l’ondata di fusioni e di acquisti tra imprese, banche, che hanno condotto alla formazione di grandi gruppi mondiali. Si è assistito cosi ad uno spostamento della massa salariale mondiale a favore degli alti dirigenti a scapito anche dei salari delle classi medie. Le forbici salariali si sono allargate in maniera disproporzionata, a livello impensabili 50 anni orsono. Inoltre, le politiche d’abbassamento delle tasse sui patrimoni e il rigurgito delle speculazioni finanziarie hanno favorito l’aumento della distribuzione di ricchezza verso i detentori di reddito da capitale a detrimento della parte trasferita ai redditi da lavoro. Alti salari per i pochi e sbilanciamento a favore dei redditi patrimoniali sono stati fra i fattori principali del ritorno delle ineguaglianze tra paesi e tra gruppi sociali e dei processi di predazione. Eliminarli fa parte della soluzione. Ed è possibile farlo, grazie alle misure seguenti:

  • - divieto alle banche ed alle altre imprese (non solo private) di versare bonus e dividendi in aggiunta alle retribuzioni monetarie o di altra natura, e fissare dei tetti alle loro remunerazioni (nel contesto di una revisione profonda del sistema generale dei bonus e dei dividendi in tutte le attività economiche, da negoziare con le altre grandi zone economiche del mondo). L’accordo intervenuto alla fine di febbraio 2013 tra l’Europarlamento e la presidenza irlandese della UE sul principio che il valore dei bonus può arrivare al massimo al doppio della remunerazione fissa, è inaccettabile;
  • - divieto di emettere prodotti speculativi (Hedge Fund, derivati ecc.) sui titoli di Stato che deviano dalle normali transazioni bancarie e assicurative;
  • - tassare i profitti speculativi della finanza e delle attività non-finanziarie con un’imposta fortemente progressiva sugli utili che superano una quota media di profitto delle imprese non-finanziarie, e vietare la deduzione dei bonus ai dirigenti dagli utili (a livello europeo e della zona euro) (vedi anche AP2).

☸ Chiudere le fabbriche della rendita e della speculazione (AP 2)

Le rendite finanziarie assurde e la speculazione sono possibili per legge (è legale, pe esempio, di stabilire il proprio domicilio professionale o la sede sociale d’impresa in luoghi dove vige l’esenzione dalle tasse. E’ legale il miscuglio tra enti di controllo e controllati, cosi come l’apertura alla borsa di beni e servizi su cui la speculazione dovrebbe essere ammessa…), ecc…

Per questo, l'AP2 comporta la proposta di

  • - mettere al bando i paradisi fiscali anche con misure che colpiscono le imprese e i cittadini che vi fanno ricorso. Persino l’OCSE è favorevole d ad una legislazione restrittiva e risanatrice in materia, ma nessun passo effettivo in avanti è stato finora compiuto;
  • - vietare l'intervento delle agenzie di “rating” nel campo delle attività politiche e degli Stati, e disporre una forte vigilanza sui loro conflitti d'interesse e disturbativa d'asta come previste dalle leggi correnti;
  • - escludere gli operatori borsistici dalle attività che riguardano beni e servizi strategici per la vita delle persone e delle comunità umane quali l’ambiente, la casa, l’acqua, l’energia solare, l’educazione, il cibo di base, la salute. Pensiamo, ad esempio, allo scandalo delle imprese multinazionali (in particolare tedesche) che in Europa acquistano case di riposo nei paesi dell'ex-Est europeo su pretesto di modernizzazione, con l'aiuto finanziario dell'UE, e poi vi installano i „clienti“ che possono pagare accentuando così i processi di privatizzazione e finanziarizzazione del settore.

☸ Per un sistema del credito al servizio dei cittadini e dell'economia ( AP 3 )

Gran parte dei processi d’impoverimento sono stati accentuati dallo scombussolamento della regolazione finanziaria tra banche ed assicurazioni (prima distinte), tra banche di deposito (per esempio casse di risparmio) e di credito (banche d’investimento ) (separazione annullata negli anni ’90), tra banche per l’industria, banche commerciali, banche del lavoro, banche agricole (tutto è stato mescolato), istituti finanziari locali, nazionali, e internazionali. Il mondo della finanza è diventato un “total banking”, un “global total banking” sregolato, privatizzato, “libero”.

E’ fondamentale far approvare tre misure:

  • - reintrodurre la legge bancaria italiana precedente al Testo Unico del 1993 ristabilendo il principio della separazione istituzionale fra „banca di deposito“ e “'banca di credito“) e modificare la disciplina europea (Direttiva Europea MIFID) che istituisce l’autocontrollo sui conflitti d’interesse;
  • - ristabilire le „banche“ pubbliche e cooperative per beni comuni ed i servizi essenziali ed insostituibili per la vita (acqua, energia, casa, sanità e educazione) e procedere alla demonetizzazione di alcuni di beni e servizi attraverso anche l'adozione di „monete locali “, ed istituire una banca pubblica nazionale con funzioni di servizio per il credito medio piccolo e le operazioni legate al finanziamento di grandi opere anche internazionali;
  • - mettere fine alle proprietà incrociate nel mondo degli affari. Esempi: I produttori di armamenti, le società minerarie, ecc…, non possono controllare le reti televisive, gestire i giornali; le aziende private non possono finanziare le università; i gruppi farmaceutici SpA non possono controllare i fondi per la sanità pubblica.

LA CAMPAGNA “ DIAMO FORZA AD UN'ECONOMIA DEI BENI COMUNI”

Proponiamo di dare a questa campagna quattro finalità:

  • - costruire un'economia giusta ed efficace, grazie alla quale lo Stato e le comunità territoriali, possono salvaguardare e concretizzare i diritti umani e sociali per tutti ed il vivere insieme, in particolare modificando la legislazione sulla proprietà privata del vivente;
  • - abrogare le disposizioni che in Italia hanno stravolto il diritto al lavoro ed il ruolo del lavoro;
  • - dare la priorità ai beni ed ai servizi comuni pubblici attraverso
  • un'economia cooperativa e la promozione del reddito reale sociale;
  • - ricostruire i processi d’integrazione europea grazie ad una mobilitazione popolare per una “Europa dei beni comuni” (la „Comunità Europa dei Cittadini“).

Fra le azioni da intraprendere la priorità deve essere data a:

☸ No all'appropriazione privata del vivente ( AP 4 )

D'importanza strategica per affermare e mantenere il controllo pubblico sull'economia del vivente, l'AP 4 propone al Parlamento italiano di modificare la legislazione in materia di diritto di proprietà intellettuale privata sul vivente . Occorre partire da una misura pregiudiziale:

-rivedere sia i principi fondatori della legge 1096 del 1971 sulle sementi e della proposta di direttiva europea COM(2013) 262 (maggio2013) sulla stessa materia, sia le norme sul vivente adottate dalla direttiva europea 98/44 dei brevetti sulle sementi. La campagna „No patents on seeds“ ha già promosso la mobilitazione delle popolazioni di molti paesi del mondo contro le leggi che autorizzano la privatizzazione e la mercificazione della vita. L’azione della DIP interverrà in suo sostegno e rafforzamento. Il diritto alla salute non deve dipendere dal potere d’acquisto delle persone. La salute non è una merce. Lo stesso vale per il lavoro.

☸ Il lavoro non è merce, è un diritto, è al servizio della ricchezza comune ( AP 5 )

Le trasformazioni da realizzare sono numerose e diverse. La mobilitazione spontanea delle persone è già notevole anche fuori dalle azioni dei sindacati nazionali. Pertanto l’AP 5 si fonda principalmente su misure di sostegno e di accompagnamento a campagne in atto.

Quel che i dominanti hanno fatto del lavoro è intollerabile da tutti i punti di vista. Per questo, la prima misura proposta è radicale: - abrogare le leggi ( e le direttive europee) che sotto i governi Berlusconi e Monti hanno sconvolto le regole costituzionali in materia del lavoro. La seconda misura, assolutamente urgente, riveste una grande importanza umana, sociale e simbolica:

- mettere al bando le cooperative di lavoro da caporalato.

Il fenomeno delle false cooperative ha raggiunto dimensioni agghiaccianti, non c’è settore produttivo né zona del paese che non ne sia colpito o lambito, dall’agricoltura, ai servizi di logistica, all’edilizia, al commercio, perfino negli appalti della pubblica amministrazione, un’attività che genera un flusso finanziario sommerso di oltre 40 miliardi di euro. Le caratteristiche principali delle pseudo cooperative sono: soci prestanome o parenti degli imprenditori interessati oppure studi di commercialisti compiacenti, molte volte cambiano le ragioni sociali ma i nomi sono gli stessi, false sedi aziendali, generalmente in ambienti degradati e comunque non facilmente rintracciabili, senza uffici né impiegati, buste paga incomplete, in cui non sono segnate le ore effettivamente lavorate e quindi pagate, modi di reclutamento della manodopera da caporalato, clima di lavoro intimidatorio, nessuna possibilità di dissentire, licenziamento immediato in caso di proteste, in cui non è ammessa la presenza di alcun sindacato.

Il popolo italiano non può accettare l’esistenza di forme e di rapporti di lavoro indegni di un essere umano e di un popolo civile.

☸ Dissociare il reddito dal lavoro ( AP 6 )

Le ragioni che impongono il ricorso a questa azione, che proponiamo di chiamare l’Azione “Esisto”, sono state esposte in dettaglio nella seconda parte. Operare la dissociazione tra reddito e lavoro, è un passaggio decisivo per intervenire efficacemente su una delle maggiori cause strutturali dell'impoverimento attuale.

Il diritto alla vita non è legittimato dal fatto di lavorare ma dal fatto di esistere. Occorre pertanto :

- promuovere un percorso di sensibilizzazione e di modifica delle regole, delle istituzioni e delle pratiche sociali che partendo dall'instaurazione di un salario e/o di un reddito minimo monetario giunga a termine alla creazione e disponibilità di un” reddito sociale reale” per tutti, adeguato (vedi la campagna europea dell’AntiPoverty Network).

Come abbiamo visto, il reddito reale sociale implica la ripubblicizzazione dei beni e servizi comuni collettivi e la parziale demonetizzazione di alcuni di detti beni e servizi. Una parte dell'azione „Esisto“ sarà rivolta alla promozione di attività economiche e sociali „Senza soldi“ ed alla promozione di monete locali per far funzionare forme di “cooperative urbane di prossimità” plurisettoriali . Pensiamo a delle cooperative CET (Casa, Energia,Trasporti) o ASA (Alimentazione, Salute, Ambiente).

☸ Vogliamo un'Europa dei beni comuni ( AP 7 )

Il divenire dei cittadini dei paesi membri dell'Unione europea dipende in maniera crescente da leggi, istituzioni e pratiche sociali e collettive adottate a livello europeo, negli ultimi anni in una ottica prevalentemente mercantile, produttivistica e finanziaria. Al fine di contribuire a liberare le nostre società dall'economia sacrificale dell'impoverimento favorita dall'Unione europea, l'AP 7 prevede tre misure:

  • - delegittimare le opere dell’Unione europea degli ultimi quindici anni (“Patto di stabilità e crescita”/1997 e modifiche ad esso apportate dai “Six Pakcs” e i “Two Packs”, ratificati dal parlamento italiano nel 2012; il Trattato MES – Meccanismo economico di stabilità, chiamato “Fondo salva Stati”/2011; il “Patto di bilancio europeo” o “Fiscal Compact” del 2012…) con azioni di sensibilizzazione in sostegno delle mobilitazioni in corso, come le iniziative di “AltraEuropa” e dell’AlterSummit europeo, che mirano a modificare le scelte “imposte” dalla tecno-oligarchia europea;
  • - costituire il Consiglio Europeo di Sicurezza dei Beni Comuni (CESBC). In passato, l’UE non ha esitato a creare un Consiglio della Competitività (di cui il primo presidente fu Ciampi) che contribui soprattutto a rinforzare le ineguaglianze in termini di potenza e vantaggi economici fra i paesi e le regioni europee. Oggi, molti beni comuni sono diventati o rischiano di diventare meno disponibili ed accessibili sul piano quantitativo e, soprattutto, qualitativo (rarefazione e costi crescenti). Si pensi all’acqua, ai suoli, alla salute, alla casa… In occasione della prossima presidenza semestrale italiana dell’UE, proponiamo di organizzare una conferenza costituente del CESBC allo scopo di esaminare lo stato di salute e di salvaguardia dei beni comuni in seno all'UE. Inizialmente, il CESBC potrebbe essere un istituto del Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE), di cui da più parti si invoca con urgenza un rinnovamento e potenziamento per farne, a lato del Parlamento europeo, una reale istituzione di avviso e di garanzia a nome dei cittadini europei;
  • - iniziare la mobilitazione in favore del processo di ricostruzione dell'integrazione europea partendo dalla „Comunità Europea dell'Acqua“. L'Europa integrata non è nei mercati o nei trattati ma nel voler vivere insieme condividendo, per esempio, la responsabilità di uno dei beni comuni fondamentali per la vita ed il nostro futuro collettivo che è l'acqua. Oggi l’Unione europea favorisce la mercificazione, la monetizzazione e la finanziarizzazione dell’acqua e dei servizi idrici nel quadro di una “governanza tecnocratica” fondata sugii stakeholders (vedi le proposte dell’esecutivo europeo del novembre 2012 con il nuovo “Piano di salvaguardia delle risorse idriche europee”, detto „Water Blueprint“). Come il carbone e l’acciaio furono “i beni comuni” sui quali iniziò il processo d’integrazione europea nel 1951, cosi l’acqua, “bene comune europeo” per eccellenza ( più di 60% delle acque dell’UE fanno parte di bacini idrografici transnazionali) dovrebbe diventare la base di un rilancio dell’integrazione con la creazione di una “Comunità Europea dell’Acqua”, simbolo di un’Europa sostenibile e solidale.

COSTRUIAMO LE COMUNITA’ DEI CITTADINI

Infine, la terza campagna persegue l'obiettivo di contribuire a far crescere le comunità dei cittadini che, con il loro agire, consentono una vita non umiliata, non precaria e non disuguale in contrasto con l'indurimento delle politiche dette “sociali” (ma che non lo sono più da anni) operato dalle classi dirigenti europee. Da qui, tre finalità:

  • - lottare contro il furto di democrazia e per il massimo allargamento degli spazi democratici (per una cittadinanza attiva e democratica);
  • - abbandonare le politiche di criminalizzazione degli esclusi, degli impoveriti ( per una cittadinanza inclusiva e solidale );
  • - eliminare il ricorso ai criteri giuridici, ideologici e relazionali che sono all'origine delle azioni di differenziazione, discriminazione e segregazione tra cittadini e non cittadini: ( per una cittadinanza mondiale e ospitale).

Azioni prioritarie:

☸ Per una cittadinanza attiva ( AP 8 )

Permettere ai cittadini di riappropriarsi delle decisioni sul futuro della „città“ (in quanto simbolo del luogo del vivere insieme ).L’AP 8 prevede due misure specifiche:

- “La sovranità appartiene al popolo”. Ri-cittadinare la città.

Concretizzare il principio dell'articolo 1 della Costituzione italiana. Alla „City Market“, alle „Smart Cities“ ed alle “Città dalle torri più alte delle nuvole”, occorre opporre „La città dei cittadini“ mediante la realizzazione di azioni rivolte a mettere i cittadini al centro della comunità urbana: sul piano umano , nel funzionamento delle istituzioni politiche, grazie alla promozione dell’economia dei beni e servizi comuni pubblici, sul piano dei rapporti con la natura. a città è lo spazio socialmente costruito dove si sta giocando il divenire delle nostre società. È pioritario impedire le fratture e gli spappolamenti urbani. Finora, le “città sostenibili” non hanno mantenuto le promesse, eccezion fatta per alcuni casi significativi (fra i più importanti: Curitiba in Brasile, Freiburg e Monaco in Germania, Stoccolma in Svezia…).La città deve trasformarsi nel “luogo” della “res publica”, della sicurezza di prossimità, della democrazia rappresentativa e partecipata (audits, referendums, leggi d’iniziativa popolare, contratti di quartiere, ecc.); - sostituzione del CNEL (Consiglio nazionale dell'Economia e del Lavoro) con il CNBC (Consiglio Nazionale dei Beni Comuni) cui spetterà, con poteri più solidi dell'attuale CNEL, il compito di salvaguardare il buono stato e lo sviluppo dei beni comuni in Italia. Del CNBC dovrebbero far parte le città/comuni/collettività locali. Il CNBC corrisponderebbe a livello italiano/nazionale al Consiglio Europeo di Sicurezza dei Beni Comuni (CESBC).

☸ Per una cittadinanza inclusiva ( AP 9 )

L'AP 9 è centrata sulla de-criminalizzazione degli impoveriti, degli esclusi, dell'altro, contro la trasformazione dello Stato del Welfare e dei diritti in uno „Stato penale“, „poliziesco“ e securitario. La “guerra ai poveri” degli ultimi governi italiani è uno scandalo. Per contribuire al raggiungimento dell’obiettivo di una “cittadinanza inclusiva” proponiamo tre misure.

- campagna di opinione pubblica contro la “falsa verità”: „Il ricco è meritevole, il povero è colpevole“, che è alla base dei comportamenti collettivi sensibili alla criminalizzazione degli impoveriti,

- mettere fuori legge i CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) in quanto luoghi di detenzione illegali. Si tratta di una istituzione diffusa in tutti gli stati dell'UE che hanno aderito al trattato di Schengen, ispirata a una politica immigratoria irrispettosa dei diritti umani,

- campagna sul tema : “A cosa serve lo “Stato carcere”?, in sostegno della campagna in corso sulle carceri, loro finalità, il sovrappopolamento carcerale, promossa da numerose associazioni. Il punto di partenza è l’opzione in favore della politica di prevenzione nel quadro della ri-invenzione di un sistema di protezione sociale universale (vedi in materia l'ultimo rapporto del rapporteur speciale delle Nazioni Unite, luglio 2013). Già nel XIX° secolo lo Stato carcere fu oggetto di forti opposizioni e critiche. Victor Hugo affermò “aprire una porta di scuola significa chiudere due porte di prigione”.

☸ Per una cittadinanza mondiale ( AP 10 )

L'AP 10 si fonda sulla „cittadinanza“ come principio unificatore ed integratore del genere umano e non come fattore di differenza/separazione e discriminazione tra chi sta dentro e chi sta fuori. Due misure sono proposte:

- „L'umanità esiste, tu ne fai parte? “. Campagna di opinione pubblica in favore del riconoscimento dell'umanità in quanto soggetto giuridico e politico. Essere cittadino è un „fatto“ legato alla condizione umana e non può essere limitato e condizionato in maniera assoluta dalle vicende dei vari Stati. Agli Stati spetta di regolare l’applicazione del principio di “cittadinanza “ affermato dall’art.1 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti” e dall’art.2 comma 1 “Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna,per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione”,

- creazione del “Passaporto di cittadinanza universale”. Partecipazione all'iniziativa lanciata nel 2013 da varie organizzazioni internazionali su iniziativa di Emmaus International. Obiettivo di Dichiariamo Illegale la Povertà per l’Italia: rilasciare entro il 2015, 500 passaporti di cittadinanza universale con il sostegno delle autorità locali (Comuni).

4. L’Obiettivo 2018

Le campagne e le azioni prioritarie saranno realizzate unicamente in alcuni paesi, partendo dall’Italia. Sarà poi la volta del Belgio, del Québec, dell’Argentina. Contatti sono in corso con altre associazioni nelle Filippine, in Malesia, nel Vietnam, nel Marocco e nel Senegal.

L’obiettivo operativo “immediato” dell’Iniziativa è di mostrare, a partire dalle esperienze realizzate in diversi contesti nazionali, che è possibile concretamente “Dichiarare illegale la povertà” e, su queste basi, far approvare nel 2018 da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite una risoluzione con la quale ‘gli Stati membri dell’ONU s’impegnano a mettere fuori legge le leggi, le istituzioni e le pratiche sociali e collettive che sono all’origine dei processi strutturali di creazione dell’impoverimento nel mondo”.

Conclusione. E’ possibile liberare la società dall’impoverimento.

Un “piccolo” paese come la Bolivia è riuscito a fare approvare dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 28 luglio 2010 una risoluzione con la quale le Nazioni Unite hanno dichiarato che l'accesso all’acqua potabile ed ai servizi igienico-sanitari è un diritto umano. La risoluzione è stata approvata malgrado l’ostilità e il voto contrario (formalmente, l’astensione) della maggioranza degli Stati del “Nord” ( Stati Uniti, Canada, Australia, 16 paesi dell’Unione Europea…). Questo dimostra che è falso affermare che “non vi sono alternative possibili al sistema” e che solo i potenti possono cambiare l’ordine delle cose.

“Dichiariamo Illegale la Povertà” può diventare un obiettivo mondiale realizzabile, grazie anche alle Nazioni Unite, soprattutto nelle nostre teste. . . …..

Non ci sono limiti alla cittadinanza, alla giustizia ed alla democrazia. Ci sono invece limiti all’ineguaglianza, all’esclusione, al dominio.

Nel 1830 nessun operaio avrebbe mai immaginato che avrebbe avuto una pensione, che sarebbe stato retribuito anche in caso di assenza dal lavoro per causa malattia, che ci sarebbero stati dei sindacati dei lavoratori in seno alle imprese. Oggi sono pochi coloro che pensano che un giorno sarà effettivamente realizzato il diritto ad una vita degna per tutti, e che tutti saranno garantiti di un reddito sociale reale, che saranno eliminate le grandi discriminazioni tra uomini e donne.

L’inaccettabile di oggi sarà messo fuorilegge, ciò che i gruppi dominanti considerano impossibile sarà possibile. In realtà, il futuro c’è ma non è già scritto. Il futuro c’è perché il divenire esiste. Le possibilità di costruire il futuro, collettivamente, nell’interesse generale sono considerevoli. Possiamo cambiare le leggi, modificare le istituzioni, trasformare e migliorare le pratiche sociali e collettive. I campi di azione sono ricchi di opportunità. Queste non sono disponibili ed accessibili unicamente ai più forti, ai più “ricchi”. Il mondo non ha bisogno di predatori né di vincitori, ma di esseri umani. E di esseri umani ce ne sono e ce ne saranno sempre, tanti.


GesellschaftsentwurfEuropa


/var/www/ecolnet.bz/doc/data/pages/de/fabbrichedellapoverta.txt · Zuletzt geändert: 2018/09/09 16:40 (Externe Bearbeitung)